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di Stefano Sannino

Dai tempi dell’antica Grecia, uno dei metodi più diffusi in campo filosofico è quello della sospensione: dalla nascita delle filosofie Epicuree in poi, alcune correnti filosofiche hanno utilizzato la sospensione del giudizio su ogni cosa. Non si giudicavano gli avvenimenti, per evitare di cadere in errore, qualunque tipo di avvenimento questo fosse, si sospendeva il giudizio, cioè non ci si pronunciava su ciò che non si conosceva, rimandando la sofferenza ed il piacere deriverebbero dal quello stesso giudicare.
Eppure oggi, la parola sospensione rimanda inevitabilmente a qualcosa di negativo, ad un concetto astratto di indefinito, a qualcosa di non delimitato che crea, in noi uomini moderni, una sensazione di indefinibile angoscia. Questo perché, nel corso dei secoli siamo diventanti completamente incapaci di non giudicare. Giudichiamo qualunque cosa: non solo i gusti che ci competono, ma anche i gusti altrui; giudichiamo il lavoro altrui; giudichiamo la vita degli altri; giudichiamo i sentimenti e siamo arrivati al punto in cui paghiamo persone per esprimere i propri giudizi in televisione. Siamo completamente dipendenti dal giudizio, nostro ed altrui, poiché viviamo in una società del giudizio. Senza giudicare, riteniamo ci sia impossibile conoscere perché è attraverso il giudizio che poniamo dei confini intorno alle cose che non conosciamo, rendendole così conoscibili, ma anche estremamente limitate.
Abbiamo abbandonato l’idea per la quale giudicare significa delimitare, ponendo quindi dei limiti all’esistenza stessa; abbiamo dimenticato che giudicare significa confinare e ridurre qualsiasi cosa: dai sentimenti, al proprio lavoro finanche alle stesse persone che vengono giudicate a seconda del loro colore, della loro sessualità del loro orientamento politico. Tutto è giudizio, in questa società iper-giudicante.
Eppure basterebbe davvero poco per vedere quante infinite possibilità di esistenza si nascondono al di là dei nostri giudizi; basterebbe, cioè, semplicemente sospendere il nostro giudizio e rimandarlo ad un tempo futuro, guardando alle cose nella loro straordinaria ed iridescente semplicità, all’interno della quale si cela l’infinito.

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