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domenica, 21 Aprile, 2024

SALARIO MINIMO: TRA RISCHI E CONTRADDIZIONI

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Una delle proposte delle disunite opposizioni è quello del salario minimo che, nelle loro intenzioni, dovrebbe servire ad alleviare il problema dei salari più bassi, ma che appare più che altro un tema di propaganda che una proposta concreta. La battaglia per il PD assume un’importanza particolare per potersi scrollare di dosso la nomea di partito della ZTL, mentre per i Cinque Stelle si inserisce nel solco populista del reddito di cittadinanza proseguendo con la politica delle regalie con disincentivi al lavoro e alla libera impresa.

Da un punto di vista del diritto, l’introduzione del salario minimo si configurerebbe come un ulteriore obbligo che limita la libertà contrattuale fra lavoratore e datore di lavoro. Si può essere d’accordo con l’idea dell’aiuto ai lavoratori, ma rimarrebbe nei fatti un nuovo obbligo nel già complicato diritto del lavoro. Senza tema di essere smentiti, si può dire che esistono pochissimi lavoratori in grado di leggere e capire la propria busta paga. In Italia la gran parte dei lavoratori è coperta dalla contrattazione collettiva, ovvero degli accordi fra sindacati e associazioni dei datori dei lavoratori. Introdurre il salario minimo si scontrerebbe con l’attività dei sindacati che non lo gradiscono perché complicherebbe il loro lavoro e, per chi pensa male, sminuirebbe i loro compiti. I sindacati dovrebbero essere in grado di conoscere i vari settori dell’economia italiana e regolarsi di conseguenza per quanto riguarda i salari dei lavoratori. Non tutti i lavori sono uguali. È evidente che lavori che non richiedono particolari qualifiche sono pagati di meno rispetto a lavori specialisti che necessitano di esperienza e competenze.

Dato che il salario minimo dovrebbe essere applicato a tutti i settori, sorge anche il problema pratico di come quantificarlo perché la sua determinazione ha delle conseguenze. Anche su questo le opposizioni sono divise: il PD è per i 9 euro netti, mentre i Cinque Stelle per i 9 euro lordi. Per chi ha visto almeno una busta paga sa che la differenza fra i due valori è abissale. Al di là di ciò non è chiaro cosa dovrebbe essere compreso in quella cifra. Nei contratti di lavoro sono compresi tredicesima e quattordicesima, ferie, malattie, ecc. In alcuni casi tutte queste voci sono riassunte in un costo orario. Se mettiamo tutto questo nelle 9 euro è piuttosto evidente che non è un gran vantaggio per i lavoratori. Per assurdo, un aumento della retribuzione oraria eliminando le ferie potrebbe in realtà trasformarsi in una diminuzione del reddito complessivo. È una norma di difficile attuazione e che creerebbe confusione senza portare grossi vantaggi.

In concreto ci sarebbe il rischio di spingere alcune aziende che non siano in grado di reggere l’aumentato costo del lavoro a licenziare o passare al nero. Una parte dei lavoratori passerebbe dalla padella alla brace. Per quanto i numeri non sono mai precisi, pare che i lavoratori assunti senza contratto collettivo siano circa ottocentomila, una piccola parte di tutti i dipendenti.

È piuttosto curioso che una norma che non piace ai sindacati venga rivendicata come utile ai lavoratori. Possiamo pensare anche male dei sindacati, dicendo che in questo modo si riduce il loro potere, ma rimane l’evidenza che hanno una certa conoscenza delle dinamiche salariali.

Il rischio più grande del salario minimo è che diventi punto di riferimento per tutti i contratti di lavoro, così che il datore di lavoro, una volta dato il minimo, non vada oltre finendo per danneggiare anche i dipendenti che potrebbero avere contratti più generosi.

Le opposizioni dichiarano che il salario minimo esiste in altre nazioni, ma bisognerebbe aggiungere che in altre nazioni esistono diversi sistemi fiscali e contributivi e in alcuni casi non ci sono i contratti collettivi nazionali di lavoro.

Il salario minimo è una norma che impone un nuovo obbligo, comprimendo la già ridotta libertà contrattuale, favorendo comportamenti illeciti come il lavoro nero, riducendo ancor di più i diritti dei lavoratori. Bisognerebbe impegnarsi in una maggiore detassazione dei redditi bassi, un aumento dell’assegno unico e incentivare la formazione per qualificare i lavoratori che così potranno ricercare impieghi meglio retribuiti.

di Vito Foschi

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