di Alessandro Giugni

Alcuni giorni fa Roberto Speranza, poco prima di presiedere il G20 dei Ministri della Salute, ha affermato, in un’intervista al Corriere della Sera, che: «in pandemia la coperta rischia di essere corta, o la tiriamo con forza dalla parte dei vaccini o dovremo immaginare nuove chiusure». In tali parole non si può non scorgere la minaccia del ritorno delle zone rosse e dei lockdown che hanno minato le nostre libertà negli ultimi due anni.

A fronte di simili affermazioni da parte del Ministro della Salute italiano, viene spontaneo porsi alcune più che lecite domande.

In primis, è opportuno operare un confronto tra l’andamento della campagna vaccinale italiana e quella di altri paesi europei, uno su tutti la Danimarca. Il governo danese, a fronte del raggiungimento di quota 71% di vaccinati con due dosi e 83% di vaccinati con almeno una dose, ha disposto la rimozione di qualsivoglia restrizione, compresa la necessità di disporre del Green Pass per accedere ai luoghi pubblici, a partire dal 10 settembre. Com’è, dunque, possibile che in Italia, dove il 72,01% della popolazione over 12 ha completato il ciclo vaccinale e dove più del 67% dei cittadini ha ricevuto almeno una dose (dati liberamente consultabili sulla piattaforma predisposta dal governo, clicca qui), non solo si subordini ancora l’accesso a bar, ristoranti, cinema, teatri et alia all’esibizione del Green Pass, ma addirittura si vada ventilando il ritorno dei lockdown?

In secundis, non può essere trascurata la decisione del Comitato Medico-Scientifico britannico indipendente, che assiste il governo di Boris Johnson, di escludere dalla campagna vaccinale i bambini sani tra i 12 e i 16 anni. Secondo la raccomandazione formalizzata dal JCVI (Joint Committee on Vaccination and Immunization), infatti, la somministrazione dei vaccini dovrà essere garantita per questa fascia d’età unicamente a circa 200.000 bambini classificati come vulnerabili, mentre coloro i quali non presentano alcuna patologia saranno esclusi in quanto vi è «un’insufficienza di evidenze» circa i vantaggi che i vaccini potrebbero offrire, ritenendosi, dunque, i rischi derivanti dai seppur rari effetti collaterali (con particolare riferimento ai casi di infiammazione cardiaca) superiori ai benefici. Una posizione, quella appena descritta, che confligge nettamente con l’indirizzo del Governo italiano, il quale ha ribadito più volte la necessità di vaccinare anche bambini e ragazzi rientranti nella fascia 12-16 anni.

Infine, sempre con riferimento al tema della vaccinazione dei minori, si pone un ulteriore problema. Pochi giorni or sono il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha ufficialmente confermato che, con la riapertura delle scuole, nelle classi dove tutti gli studenti saranno vaccinati si potrà togliere la mascherina. Tale misura non può che lasciare ben più d’una perplessità, soprattutto se si considerano le conseguenze pratiche di una simile scelta. È ovvio, infatti, che così facendo si lederà la privacy di tutti gli studenti, esponendo al pubblico ludibrio minori che, in quanto privi della capacità di agire, non sono legittimati ad assumere decisioni concernenti la somministrazione di un vaccino. Essendo la vaccinazione anti-covid facoltativa (l’obbligo vaccinale potrà, infatti, essere sancito solo dopo la definitiva approvazione al commercio completo dei vaccini da parte dell’EMA, fatto questo che non potrà avvenire prima del 2023, anno nel quale si concluderà lo studio di fase 3 del vaccino Pfizer), non è difficile immaginare il verificarsi di situazioni al limite del paradossale, quale può essere quella di due genitori vaccinati che si rifiutino di vaccinare il figlio dodicenne, con la conseguente emarginazione di quest’ultimo nella classe di appartenenza, venendo ritenuto “colpevole” di non permettere a tutti gli altri compagni di tornare a una situazione di normalità.

Sono temi, questi, relativamente ai quali il Ministro Speranza, prima di alludere con sorriso beffardo a nuove chiusure, dovrebbe riflettere in ragione del ruolo occupato.