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di Martina Grandori

Nuovo anno, tanti propositi, ma soprattutto voglia di voltar pagina per tanti italiani. La pandemia ha scardinato ogni certezza, ci si è ritrovati a vivere sospesi, per molti questo è coinciso con un desiderio di vita più semplice, di vita, appunto, da borgo. Se infatti le città gioiello del turismo italiano sono deserte, i borghi dimenticati, i borghi un po’ arroccati, piccoli, un po’ scomodi, senza una rete di connessione eccellente, quelli no. I borghi, come già sentenziato a novembre 2020 dall’americana CNN, sono il perfetto esempio di vita da Covid, garantendo pure quel distanziamento fondamentale per tutelare la salute, sono anche esempi di una quotidianità più sostenibile e di un’ottima qualità della vita. Un mondo raccolto dove si possono trovare equilibrio e spunti per nuove attività. Ne parla Luca Mercalli nel suo libro Salire in montagna (Einaudi), un racconto di una migrazione in un luogo dove l’emergenza ambientale sia affrontata in maniera più civile, gli scorci per fermarsi e contemplare la natura siano la norma, l’aria più limpida e il contatto umano, la solidarietà siano un dato di fatto e non concetti astratti. «Le terre alte hanno un enorme potenziale ma bisogna essere in tanti a sceglierle, per fare massa critica e spingere la politica a favorire chi sceglie di tornare ai borghi e ristrutturare, soprattutto in un’ottica di risparmio energetico» sostiene Mercalli. «Oggi non è più necessario compiere una scelta definitiva, tra città e campagna, lo smart working rende possibile una modalità ibrida, come la mia». Ma perché funzioni questo controesodo dalla città, la burocrazia deve alleggerirsi e semplificarsi, ci devono essere incentivi economici da parte dei piccoli Comuni e la banda larga funzionare bene, non come adesso. Infatti oggi chi lascia la città non vuole la movida e il grande supermercato o i negozi aperti sette giorni su sette. Tutt’altro. Vuole vivere online quando lo decide, vuole che la connessione – anche nel borgo più piccolo – sia velocissima. Il problema di queste aree interne – sempre contraddistinte da un patrimonio culturale, naturalistico, agricolo e gastronomico -, è che sono sempre più povere di servizi, un dibattito vecchio la Strategia nazionale per le aree interne, voluta dall’allora Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, è datata 2013. Le cose nel frattempo non si sono semplificate granché. Acquistare in questi luoghi non è facile, spesso la proprietà è di privati ed è frammentata in lotti di tanti famigliari che si sono scordati di quel possedimento, molto più semplice comprare un appartamento in città, purtroppo. Uno scenario caotico all’italiana, peccato che l’Italia sia piena di borghi abbandonati o simil tali da salvare: 6000 quelli in pericolo, sparsi sui 2/3 del territorio
Comunque sia, è partita una campagna per nazionale per promuovere il ripopolamento di borghi semi-deserti con incentivi che arrivano anche a 700 euro al mese come in Molise. Ma il secondo problema si chiama lavoro. Che lavoro si può fare in questi piccoli borghi? Hotel, b&b, alberghi diffusi sono stati il volano per moltissimi, soprattutto nelle zone alpine. Ma adesso la situazione non è così rosea per il turismo. E l’agricoltura locale, la piccola produzione autoctona di cui molto si parla, risente anch’essa della crisi dei ristoranti e del poco turismo. Nonostante ci sia una banca della terra, ovvero terreni e aziende agricole messi a disposizione di terzi, tramite operazioni di affitto o di concessione compresi i cosiddetti terreni abbandonati, questo settore fa fatica.
Una terza via, quando c’è, e non è così scontato che ci sia, sono i progetti come Attiv-aree, illuminato programma intersettoriale di Fondazione Cariplo mirato a riattivare le aree montane dell’Oltrepò Pavese e delle Valli Trompia e Sabbia.

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