di Mario Alberto Marchi

Gia’ abbiamo scritto di come l’Italia  sia leader nell’industria del riciclo in Europa e nel mondo: secondo i dati Eurostat – infatti – recuperiamo circa il 79% degli scarti prodotti, il doppio rispetto alla media europea, seguiti da Francia (56%) e Germania (43%); un dato importante, se rapportato alla visione di sostenibilità del PNRRQuesto almeno in teoria, perché nella pratica sembra che qualcosa non quadri e che ci siano un po’ di squilibri ed incongruenze.
A fine settembre erano stati pubblicati i decreti con i criteri per la selezione dei progetti su rifiuti ed economia circolare da finanziare con il PNRR, questi non prevedono investimenti per discariche o inceneritori, ma invece interventi concentrati sulla raccolta differenziata e il riciclo , con Il 60% delle risorse destinato al Centro-Sud. In questi giorni è sato annunciato che entro il 14 ottobre verranno pubblicati i bandi ai quali poter accedere con i progetti, che però – secondo le linee guida già note – contengono alcuni punti critici.
Innanzi tutto l’ammontare per ben 1,5 miliardi;  i bandi saranno infatti rivolti a comuni e gestori del servizio pubblico, che dovranno presentare progetti per il miglioramento delle performance di differenziata, per il recupero dei deficit impiantistici, anche tramite ristrutturazione di infrastrutture già esistenti, e per risolvere eventuali problematiche delle procedure  d’infrazione già aperte, rispetto alle normative europee.
Tutto molto bello, se non fosse che solo altri 600 milioni andranno invece alle aziende, che dovranno presentare progetti cosiddetti ‘faro’ di economia circolare per aumentare le quantità di materia riciclata e il livello di innovazione tecnologica in quattro filiere: tessile, plastica, apparecchiature elettriche ed elettroniche a fine vita, carta e cartone.
Uno stanziamento generosissimo per gli enti pubblici che già godono di sovvenzioni e sgravi, decisamente esiguo per i privati che si ritrovano a dover affrontare pesanti ristrutturazioni e le cui politiche ambientali hanno un gravoso impatto collettivo.
C’è poi la conseguenza pratica di questa disparità: in pratica i provvedimenti riguardano principalmente i rifiuti urbani, che sono solo una parte minima di quelli che l’Italia produce; i rifiuti urbani infatti pesano solo per il 30% sul totale di 143 milioni, mentre il rimanente 70%  è costituito da scarti di produzione industriale, rifiuti speciali e comunque a carico dei privati.
Naturalmente, come troppo spesso accade, le piu’ esposte sono le medie e piccole imprese, che in rapporto alle capacità finanziarie, si ritrovano a dover affrontare costi altissimi per adeguarsi alle normative. Ma sembra che sia più facile perseguire le loro inadempienze, che sostenerle nei processi virtuosi.