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giovedì, 25 Aprile, 2024

Ontologia della competenza, come la società ci sta mentendo

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In un mondo dove la competenza non è più sinonimo di raggiungimento di una determinata posizione lavorativa o sociale, l’assurda retorica dell’uguaglianza tra gli uomini ha ormai raggiunto il suo apice, convincendoci che sia ammissibile, se non perfino giusto, che chiunque possa fare qualunque cosa, anche senza i titoli e le competenze ad essi annesse, necessari per lo svolgimento corretto di quel compito specifico. Tale retorica, creata ad hoc in seno ad una morale di stampo cristiano, è finita con il persuadere chiunque, perfino le élite sociali, che le competenze non fossero poi così essenziali per lo svolgimento corretto di un determinato compito.

E così, sotto il grido sanguinario e rivoluzionario di: «Liberté, Egalité e Fraternité», l’antica idea che per fare o dire qualcosa fosse necessario anche saperla è venuta meno, lasciando il posto alla mera illusione di un’ontologia indifferenziata tra gli enti, capaci ora di essere qualunque cosa, di dire qualunque cosa e di fare qualunque cosa a prescindere da ciò che si può essere, da ciò che si sa dire e da ciò che si sa fare. Insieme alla caduta dell’Ancien Régime è dunque venuta meno anche la distinzione biblica degli enti, si è compiuto l’annichilamento completo di quell’ontologia naturalista e analogista tanto ben descritte da Descola sull’inizio del secolo.

Quegli infiniti scarti ontologici che permettevano agli uomini occidentali di ritenersi sostanzialmente migliori di qualsiasi altra creatura e addirittura che gli permettevano di organizzare le proprie società in gerarchie e istituzioni sono stati rimpiazzati da una falsa e vaticinante promessa di una uguaglianza sistemica in qui l’essere di un ente non può più essere fondamentalmente diviso dall’essere di un altro ente. Tutti, ma proprio tutti, siamo uguali.

Eppure, per quanto questo vaticino possa sembrarci seducente, risulta evidentemente contraddittorio a chi osserva l’andamento della società, fondata, nei fatti, su professioni diverse, esigenze diverse, individui diversi. Forse, allora, anziché proseguire con questa presa della Bastiglia dell’ontologia naturalista e analogista, dovremmo riscoprire non tanto che siamo tutti uguali, ma piuttosto che siamo tutti diversi, che ciascuno di noi è, cioè, un universo a se stante, fatto di miriadi di costellazioni di desideri, milioni di abissi senza fondo e trilioni di emozioni che si intersecano, separano ed intersecano nuovamente sotto il peso dell’unica cosa che, proprio come diceva Eraclito di Efeso, ci accomuna tutti: Polemos.

Lo scontro, il mutamento, l’agone omerico descritto da Nietzsche e tipico del mondo antico è, con le parole di Eraclito, xynos, ossia comune a tutte le cose. In questa infinita di differenze, l’unica cosa ad accomunarci è proprio il nostro cambiare eternamente e sistematicamente sia in senso sincronico che in senso diacronico. Proprio come un arco che, senza la tensione tra corda e legno non potrebbe espletare la sua essenza, così anche l’uomo, senza questa eterna tensione, non potrebbe che perdersi in quell’abisso senza fondo che è la menzogna di uguaglianza vendutaci nell’ultimo secolo.

di Stefano Sannino

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