di Mario Alberto Marchi

Non c’è che dire, la nostra specialità è il testa-coda. Siamo -soprattutto in economia- il Paese delle contraddizioni, dal mezzo pieno o mezzo vuoto, dei miglioramenti incompiuti. E ad ogni buona notizia, ne corrisponde una uguale e contraria contro la quale la prima va a schiantarsi.
Proviamo a tirarci su di morale, andando a leggere l’ultimo report dell’Istat sulla cosiddetta “economia non osservata”.
Il dato del 2019 ci dice che è sempre un Paese nel Paese, ma con un tendenza positiva che, del resto, va vanti dal 2014. Considerando però il primo, pesatissimo periodo della pandemia, la conferma non era per nulla scontata.
Vale 203 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil. Rispetto al 2018 si riduce di oltre 5 miliardi (-2,6%).
Ma leggiamola nel dettaglio: è formata da due componenti, quella dell’economia sommersa, che ammonta a poco più di 183 miliardi di euro e  quella delle attività illegali, che supera i 19 miliardi.
Le principali componenti dell’economia sommersa sono costituite dal valore aggiunto occultato, tramite comunicazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione del valore aggiunto), o generato mediante l’utilizzo di lavoro irregolare.  Insomma evasione dell’IVA, o falsificando i dati con omissione, o ricorrendo al lavoro in nero. A questo  si aggiunge il valore degli affitti non denunciati .
L’economia illegale invece include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, sia quelle che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati. Le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi dell’Unione europea sono la produzione e il commercio di stupefacenti, la prostituzione e il contrabbando .
Ebbene, l’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è di ridotta di 0,5 punti percentuali, passando  all’11,3% dall’11,8% del 2018. Quasi tutte le componenti dell’economia non osservata sono diminuite: il valore aggiunto sommerso da sotto-dichiarazione è a 90,2 miliardi, calato di 3,8 miliardi di euro rispetto al 2018, mentre quello generato dall’impiego di lavoro irregolare è sceso di 1,2 miliardi a 76,8 miliardi.
Anche se l’economia illegale ha  segnato un leggerissimo aumento,  (+174 milioni), il dato generale – come si diceva – è positivo. Ma nemmeno il tempo di rallegrarsene, magari sottolineando che evidentemente vi è un maggior impegno della imprese nel rispetto delle regole, che ecco arrivare la notizia sconfortante. Ce la dá l’Ocse, dicendoci che abbiamo un Cuneo Fiscale tra i più alti dei Paesi membri. Vale a dire che il carico di costi e tasse sugli stipendi lordi pagati dalle imprese soffoca l’economia da lavoro dipendente, che non a caso nel nostro Paese è di 10 punti percentuali inferiore alla media. Ne fanno le spese  soprattutto giovani e donne.
Quindi, da un lato c’è un sistema imprenditoriale che, con grande fatica, si impegna ogni anno di più ad essere ligio ai doveri, dall’altro uno Stato che non allenta la morsa. In mezzo i lavoratori. Pregasi segnare un bell’appunto alla voce “riforme”.