di Gabriele Rizza

Il governo è all’opera sul fronte lavoro: il ministro del lavoro Andrea Orlando (Pd) e la viceministra dello sviluppo economico Alessandra Todde (M5s) hanno preparato la bozza di un decreto legge anti – delocalizzazioni, che poi dovrà essere discusso insieme al resto della maggioranza.
Le delocalizzazioni sono da circa trent’anni una delle cause dell’impoverimento industriale italiano, basta farsi un giro nelle vecchie città industriali del nord Italia per trovarsi una schiera di capannoni abbandonati. La direzione del governo per “arginare” il problema (fermarlo coattamente sarebbe qualcosa di irrealistico) è quello di garantire “diritto di allerta” ai lavoratori e alle Istituzioni, in moda da permettere una programmazione per limitare al minimo l’impatto occupazionale negativo, trovare un acquirente o mettere in campo un’idea tutta nuova per dare una seconda vita al sito produttivo garantendo lo stesso numero di posti di lavoro. In quest’ottica, secondo le idee di Orlando e Todde, l’impresa è tenuta a comunicare con almeno 6 mesi di preavviso il progetto di chiusura del sito produttivo alle istituzioni, indicando le ragioni, le persone interessate e i tempi previsti, pena una multa pari al 2% del fatturato dell’anno precedente e inserimento in una black list che vieterà all’impresa di ricevere fondi pubblici per i cinque anni successivi. Il decreto non riguarderebbe tutte le imprese ma quelle da «cinquanta/centocinquanta dipendenti, il cui impatto occupazionale sul territorio viene considerato rilevante e necessita di un arco temporale adeguato per consentire il vaglio di compatibilità di tutti i possibili interventi di supporto»
Lo spot lo chiama dl anti – delocalizzazione, ma allo stato attuale il decreto è più un regolamento delle delocalizzazioni. Di certo, dopo tanti anni di silenzio, governo e parlamento avranno l’opportunità di dibattere su un tema cruciale per tutti i paesi industrializzati d’Europa – e infatti il tema dovrebbe essere affrontato a livello europeo, perché davanti la concorrenza sleale della Cina e altri paesi asiatici, un singolo Stato può fare ben poco – ma la partita investe debolezze strutturali italiane che non possono essere più rimandate: tasse altissime sul lavoro, burocrazia, sistema giudiziario, la ricerca. Il mondo è però così cambiato che certe non torneranno più in Europa (come elettrodomestici di base, vestiario…) troppo forte il dumping salariale, troppo blande le leggi anti – inquinamento in Cina per rendere conveniente l’Italia o la Francia. Bisogna però puntare a far rientrare le nostre aziende che producono più valore (automobili, meccanica…) e far sì che, per esempio, la Toyota apri uno stabilimento a Roma e non ad Amsterdam.
Infine, il decreto dovrebbe andare a toccare quelle imprese italiane che comprano le materie prime in Italia, ad esempio le verdure, le lavorano in Romania e le rivendono in Italia. Oltre ad essere chiaramente una pratica speculativa sul costo del lavoro, è altamente inquinante. Fermare le delocalizzazioni è anche salvare l’ambiente. Ma davanti alla potenza del libero mercato neanche la tutela dell’ambiente può ancora nulla.