di Gabriele Rizza

Ci sono buone notizie per l’economia italiana: per l’Istat, nel 2021 la crescita dovrebbe essere del +4,7%, mentre nel 2022 potrebbe esserci una piena ripresa con un ritorno a livelli pre- covid con un +5,8%. Certo, prima del covid l’economia italiana non gridava al miracolo, in preda ad una stagnazione unica tra i paesi della zona euro, ma la crisi in atto ha almeno messo in moto una politica d’investimenti materiali e immateriali di cui l’Italia necessitava da tempo: l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcola che il 14% dei fondi del Piano di ripresa e resilienza può portare una crescita di due punti di PIL in più nel 2022.

L’economia non si fa solo con i numeri e le previsioni, in quanto parte del sistema delle relazioni sociali, culturali e ambientali, ci sono da tener conto di imprevisti e della capacità di scelta dei governanti, imprenditori e lavoratori. Le incognite ci sono, e va strutturato un piano per non sfociare nel conflitto e nell’esclusione sociale. Ad esempio, a breve scadrà il blocco dei licenziamenti e il governo dovrà essere abile a non lavarsi le mani e fungere da mediatore e a rendere conveniente alle imprese in difficoltà la scelta di non licenziare. Inoltre, alcuni settori rimarranno in difficoltà più a lungo di altri, come quello del turismo e della mobilità. Per tornare a viaggiare come prima del 2020 ci vorranno almeno un paio d’anni, perché l’incertezza e la paura delle varianti pesa molto sulla scelta dei singoli individui.

Peseranno anche le scelte dell’Unione Europea, che fino ad ora ha scelto di continuare la strada dell’acquisto a oltranza dei titoli di Stato tenendo bassissimi i tassi di interesse, ma un cambio di rotta potrebbe sconvolgere il precario equilibrio che l’Italia e i paesi europei più deboli stanno raggiungendo a fatica. Gli italiani devono sperare che i tedeschi e i gli altri paesi del Nord non si sveglino una mattina con la paura dell’inflazione appena sopra il 2% (che è comunque un valore “realmente” basso e considerato alto per pura scelta ideologica dell’UE) e che il governo a guida Draghi sia all’altezza del prestigio mondiale del nostro primo ministro. L’economia è fatta di mille variabili, ma da una certezza bisogna partire: bisogna credere nel nostro Paese, non solo aggrapparsi al nostro Premier. È la via principale per la rinascita.