di Gabriele Rizza

L’evolversi della pandemia pare stia prendendo la strada migliore possibile, complice il caldo e il bel tempo, l’arrivo sempre più consistente di vaccini e le strutture sanitare non più in sofferenza. Anche dal fronte economico pare arrivino notizie confortanti, o quantomeno hanno smesso di arrivare le cattive notizie: il PIL per il 2021 andrà oltre le aspettative con un +4,7%, mentre l’occupazione è in ripresa del 4,5%. Eppure gli effetti sociali, il radicamento di problematiche già in essere prima della comparsa del Covid, sembrano tutt’altro che in via di miglioramento. Per ora sono solo tenute in magazzino dalla stampa, in vetrina stanno solo le notizie sanitarie.

Proprio la correlazione tra sopimento delle problematiche e tensioni sociali e la loro effettiva esistenza, è stata oggetto di studio del Fondo Monetario Internazionale, dal titolo Social Repercussions of Pandemic, che parte dallo studio delle conseguenze sociali e politiche nella storia. L’intento dello studio è di “Capire le implicazioni delle epidemie sui disordini sociali è fondamentale per prepararsi a potenziali ripercussioni causate dalla pandemia di Covid-19”, si parte dalla peste che colpì Costantinopoli sotto l’Imperatore Giustiniano I nel VI secolo, che ha avuto ripercussioni così grandi da segnare la storia dell’Impero erede di Roma per sempre. O l’insurrezione di Parigi a seguito dell’epidemia di colera che causò 650 mila vittime, una rivoluzione e una controrivoluzione, tutte pagine di storia raccontate dal Victor Hugo. Più recentemente, la spagnola che infestò l’Europa dopo la prima guerra mondiale, portò ad una destabilizzazione sociale in Spagna che sfociò con la fuga del Re, una guerra civile, fino ad arrivare al regime del caudillo Francisco Franco.

Lo studio del FMI dimostra come passano di solito due anni dalla fine delle epidemie fino all’esplosione delle tensioni sociali. L’esperienza dell’ultimo anno ha chiaramente mostrato come la paura per la salute e la perdita dei propri cari ha reso più sopportabili le perdite economiche, l’impoverimento dei più poveri e l’arricchimento dei più ricchi. Ha però mostrato come una spaccatura sociale e culturale nella popolazione: non più chi ha niente contro i privilegiati, ma adesso anche chi è garantito con un posto pubblico e gli autonomi, come dimostrato dalla rabbia di molti cittadini contro lo sciopero dei dipendenti pubblici di fine 2020. Tutto mentre abbiamo perso 945 mila posti di lavoro e con la paura di cosa accadrà quando il governo rimuoverà nei prossimi mesi il blocco dei licenziamenti.

Resta da chiedersi se l’Europa resterà ancora a guardare e se il Parlamento italiano riterrà la battaglia principale il ddl Zan e non la sconfitta dei diritti sociali.