di Angelo Portale

Questo martedì iniziamo un percorso che ci permetterà di analizzare alcuni contenuti biblici. Lo faremo però secondo due approcci, quello ermeneutico e quello della filosofia della religione. Lo faremo lasciandoci guidare dal più acuto pensatore italiano del ‘900, il filosofo torinese Luigi Pareyson. Queste trattazioni saranno senz’altro più ostiche rispetto a quelle che vi offro con il commento delle letture domenicali. Penso però che anche chi crede debba, in qualche modo, non solo credere ma anche pensare Dio. L’approccio filosofico alla questione di Dio è fondamentale, sia perché pone basi rigorose alla fede personale sia perché dà gli strumenti necessari per entrare in dialogo con chi non è credente.

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«L’ego sum qui sum», cioè «Io sono colui che sono!» del Libro dell’Esodo 3,14, in cui Dio risponde alla domanda di Mosè “Tu chi sei?” rappresenta, secondo Luigi Pareyson, in primo luogo, il rifiuto di Dio nel dire il proprio nome; rifiuto che ne giustifica, da una parte la sua incolmabile trascendenza, e quindi la sua innominabilità (sacra per l’ebraismo) ma, nello stesso tempo, dall’altra, se Dio dice qualcosa di sé, vuol dire che tale innominabilità non è incompatibile con una nominazione storica e simbolica: di Dio qualcosa si può dire, ma ciò esprime l’assoluta libertà di Dio di rivelarsi nei termini e nei modi che Egli crede più adatti e che preferisce. Dio parla di sé come libertà assoluta e lo fa non con termini concettuali e oggettivanti, tipici di una certa filosofia razionalista che ha le idee troppo chiare e distinte.
In secondo luogo «l’ego sum qui sum» significa “io sono chi mi pare”, “io ho scelto di essere così e l’ho scelto dall’eterno”.
Quali sono le conseguenze di ciò? Leggiamolo direttamente dalle parole di Pareyson: «Ciò apre uno spiraglio sulle misteriose profondità di Dio, e fa intravedere quanto abissale possa essere la libertà divina quando essa significhi che l’essere di Dio dipende dalla sua stessa volontà».
La libertà di Dio è una libertà arbitraria. Ora, il termine arbitrario, contrariamente a quanto superficialmente possiamo intendere noi, secondo un’analisi impulsiva, non significa capriccioso. Dio non è succube del suo arbitrarismo. Il suo insindacabile e assoluto arbitrio non causa in Dio un offuscamento della distinzione tra il bene e il male. L’arbitrarismo divino non è un volere cieco che vuole a caso, un volere che vuole perché gli capita di volere. Noi dobbiamo intendere arbitrario come “volere sovrano e incondizionato che vuole perché vuole ”. Dio si dà il Suo essere come vuole, vuole il suo essere e, prima ancora di ciò, ha voluto essere. Dio è non solo libertà assoluta, Egli è allo stesso tempo volontà originaria. L’esistenza di Dio non dipende che da Lui, “prima di Dio non può esserci che solo Dio”.
Pareyson si rende conto che l’idea del “Dio prima di Dio” è tutt’altro che semplice e univoca. Sa che sta mettendo insieme un ossimoro, forse anche sconcertante, ma a suo parere è l’unico modo per parlare di un “inizio eterno”. Nessuna necessità anteriore, nessuna determinazione sostanziale che ne guida la scelta dell’essenza, né alcuna esigenza di essere che ne costringe l’esistenza.

C’è una sola necessità e la vedremo nell’articolo di martedì prossimo.