di Alessandro Giugni

Dopo 20 anni di intervento militare degli USA e della NATO, nella giornata di domenica 15 agosto, dopo soli 10 giorni di scontri, Kabul è caduta e l’Afghanistan è tornato nelle mani dei talebani, gruppo fondamentalista islamico nato all’inizio degli anni ’90 dopo la caduta del regime sovietico. Per capire la portata e la drammaticità delle possibili di un evento di tal genere, è opportuno comprendere le origini di questo conflitto, ripercorrendone la storia.

In primis, risulta di fondamentale importanza sottolineare come il territorio che corrisponde all’odierno Afghanistan sia stato per oltre quarant’anni sotto il protettorato britannico, nonché scenario di incessanti conflitti intestini, i quali vennero alimentati alternativamente da Russia e Gran Bretagna, nutrendo questi due paesi interessi contrapposti con riferimento a queste terre. Fu solo nel 1919, con la salita al potere del re Amanullah Khan, che l’Afghanistan riuscì ad affrancarsi dal dominio inglese, divenendo indipendente. Re Khan diede vita a un’intensa stagione di riforme volte a modernizzare il Paese, stagione questa che, però, subì una brusca interruzione nel gennaio 1929 con la presa di Kabul da parte di un gruppo di miliziani capitanati dell’emiro Habibullah Kalakani. Nell’ottobre dello stesso anno, Mohammed Nadir Shah, cugino dell’ex Re Khan, sconfisse gli insorti con l’appoggio delle tribù Pashtun e salì al trono, posizione questa che occupò solo fino al 1933, anno nel quale fu assassinato. Fu così che gli succedette il figlio diciannovenne, Mohammed Zahir Shah, sotto la guida del quale l’Afghanistan conobbe uno dei più lunghi periodi di stabilità politica, sociale ed economica.

Nel 1973 la storia di questo Paese venne nuovamente stravolta: a seguito di un colpo di stato militare, la monarchia venne abolita e nacque la Prima Repubblica Afghana. Essa, però, durò soltanto fino al 1978, anno nel quale un altro colpo di stato di stampo militare, noto come Rivoluzione di Saur, diede vita a un governo socialista guidato da Nur Mohammed Taraki, il quale introdusse una serie di riforme radicali: le terre afghane furono suddivise tra 20.000 contadini, venne bandita l’usura, furono regolamentati i prezzi dei beni di prima necessità, vennero garantiti a tutti i servizi sociali essenziali, fu riconosciuto alle donne il diritto di voto, vennero messi al bando tanto i matrimoni forzati quanto la vendita delle bambine, furono legalizzati i sindacati e venne resa pubblica l’istruzione.

A seguito dell’attentato, avvenuto nel 1979, ai danni di Taraki per ordine del vice Primo Ministro Hafizullah Amin e della conseguente presa di potere di quest’ultimo, l’Unione Sovietica, ritenendo che Amin intrattenesse rapporti con la CIA, invase Kabul. Per 10 lunghi anni l’Armata Rossa si scontrò con i Mujaheddin (che ricevettero ingenti sovvenzioni dagli USA) e fu costretta a ritirarsi dall’Afghanistan nel febbraio 1989.

Fu così che nel 1996 i Talebani riuscirono a conquistare il potere e a proclamare l’Emirato islamico dell’Afghanistan. Il dominio di questo gruppo fondamentalista, basato sull’approccio Pashtun alla sharia, consistente in un’applicazione estremamente rigida della stessa, si protrasse fino all’attentato alle Torri Gemelle avvenuto l’11 settembre 2001. In poco più di un mese, considerata l’ingente forza militare spiegata dagli Stati Uniti sotto la guida di George W. Bush, il regime islamico fu sbaragliato e, a seguito dell’introduzione di una nuova costituzione e a fronte delle prime elezioni presidenziali tenutesi nell’ottobre 2004, nacque il governo guidato da Hamid Karzai.

Per fronteggiare i gruppi di Talebani ancora fortemente radicati al confine con il Pakistan, nel 2009 l’allora Presidente USA, Barack Obama, dispose un consistente aumento delle truppe nel Paese, portandole a oltre 140.000 uomini.

Dopo 20 anni di scontri, 2,26 trilioni di dollari spesi dagli USA, 87 miliardi dei quali impiegati per addestrare e sostenere l’esercito regolare afghano, 240.000 vittime civili, 70.000 uomini e donne delle forze di sicurezza afghane rimasti sul terreno di scontro e quasi 3.000 soldati americani uccisi, l’attuale Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha disposto il ritiro delle truppe USA senza mai dare avvio al dialogo con i Talebani previsto dall’accordo di Doha, siglato nel febbraio 2020 dall’allora Presidente Trump. In base a tale accordo, da un lato, gli USA si sarebbero impegnati a ritirare le truppe solo a fronte dell’assicurazione da parte dei Talebani che l’Afghanistan non avrebbe più rivestito il ruolo di piattaforma per il terrorismo internazionale; dall’altro lato, il governo di Kabul e i Talebani avrebbero dovuto avviare un dialogo volto alla spartizione pacifica del potere, nonché a una soluzione negoziata che rispettasse i principi democratici della costituzione afghana, nonché i diritti delle donne e delle minoranze.

Il ritiro disposto da Biden delle truppe americane ha creato i presupposti affinché i Talebani, capitanati da Haibatullah Akhundzada, potessero riconquistare tutte le province afghane (con l’unica eccezione del Panshir), nonché riprendere il controllo di Kabul, città rimasta senza difese e senza governo dopo la fuga dell’ormai ex presidente Ahraf Ghani. Tale concatenazione di eventi ha prodotto gli effetti che in questi giorni sono sotto gli occhi di tutti noi: oltre 250.000 afghani sono stati costretti a lasciare le loro case nella speranza di riuscire a fuggire dal Paese prima dell’instaurazione di un nuovo regime integralista.