di Alessandro Giugni

La scorsa settimana abbiamo approfondito le origini dei conflitti nelle terre dell’Afghanistan, i quali, il 15 agosto, sono culminati nella presa di Kabul da parte dei Talebani. A fronte di un evento di tal genere, gli abitanti della capitale si sono riversati presso l’aeroporto nel disperato tentativo di fuggire dalla propria terra natia. Se a un primo impatto il problema umanitario sembrerebbe l’unico a dover preoccupare l’Occidente, un’altra, ben più insidiosa, questione dovrebbe suscitare allarme.

È di pochi giorni or sono la notizia, trapelata dall’Intelligence USA e diffusa dal New York Times, secondo la quale l’Isis starebbe organizzando un attentato che dovrebbe avere luogo nelle zone limitrofe all’aeroporto di Kabul. I miliziani fedeli allo Stato Islamico sarebbero intenzionati ad approfittare del caos, generato da migliaia di profughi afghani intenzionati a fuggire dalla loro patria, per destabilizzare ulteriormente la situazione nella capitale e mettere in difficoltà i Talebani. Benché ambo le fazioni affondino le proprie radici nell’estremismo islamico, jihadisti e “studenti coranici” sono da sempre in rotta di collisione. Le radici di tale contrasto sono da ricercarsi principalmente in due ordini di ragioni.

In primis, è di fondamentale importanza ricordare che molti dei combattenti dell’Isis sono stranieri entrati a far parte delle cellule dello Stato Islamico per supportarne la causa. Essi, dunque, agli occhi degli eredi del Mullah Omar sono da considerarsi alla stregua di invasori.

In secundis, all’origine del conflitto tra i due gruppi vi sono motivazioni di carattere ideologico. Da un lato, l’Isis si pone come obiettivo la formazione di un califfato internazionale sul modello di quello che, alcuni anni or sono, era riuscito a costituire tra Siria e Iraq. Dall’altro lato, l’obiettivo dei Talebani è da individuarsi nella formazione di un emirato afghano.

Le due questioni poc’anzi esposte sono state le cause scatenanti dei conflitti armati che, tra il 2015 e il 2016, hanno visto l’Isis e i Talebani contrapporsi gli uni agli altri nelle campagne che si trovano tra Jalalabad e il confine con il Pakistan. Non va dimenticato, inoltre, come tali scontri si siano svolti sotto gli occhi degli Stati Uniti, i quali si sono ben guardati dall’intervenire, sperando, così, di conseguire due risultati contemporaneamente: sfoltire le fila dei soldati di ambo le fazioni e rendere bendisposti i Talebani a negoziare con gli USA, fatto questo poi puntualmente avveratosi nel 2018 e culminato nella sottoscrizione, il 29 febbraio 2020, dell’Accordo di Doha.

Laddove l’attacco all’aeroporto di Kabul da parte degli Jihadisti si concretizzasse, l’Isis otterrebbe un duplice risultato. Sotto il profilo reputazionale, l’immagine dei Talebani ne uscire profondamente danneggiata, in quanto essi finirebbero per dimostrare la loro incapacità a garantire la sicurezza del territorio. A livello politico, invece, un attentato all’aeroporto della capitale diverrebbe causa giustificativa di una reazione da parte degli USA, dato che, in tal caso, il governo di Washington autorizzerebbe un intervento dell’esercito americano in altri punti nevralgici della città, non limitandosi più, dunque, al presidio della sola zona aeroportuale. Laddove ciò dovesse accadere, gli jihadisti, senza più l’ingente presenza americana e con i Talebani fortemente compromessi militarmente e politicamente, avrebbero campo libero per estendere nuovamente i propri domini e la propria rete terroristica.