di Angelo Portale

Mi soffermo su un versetto della prima Lettura tratto dal profeta Geremia, recita: «Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia».
Benedire, come ben sappiamo, significa dire bene. L’uomo benedetto è l’uomo del quale si dirà bene. In altre parole è l’uomo del quale si racconteranno le opere buone e grazie a tali opere si potrà dire bene di lui.
Il profeta Geremia associa la benedizione al confidare nel Signore. Chi confida nel Signore pone in Lui la sua fiducia. Entrambi i termini, confidare e fiducia, sono legati alla fede. La Lettera agli Ebrei, della fede, dichiara: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono». Il profeta Isaia, sul credere, rivolgendosi al popolo di Israele, apostrofa: «Ma se non crederete non avrete stabilità».
La fede non è creduloneria, come certi non credenti pensano (e sperano, per sentirsi superiori e darsi delle arie), né superstizione. La fede richiede molta più intelligenza del non credere perché richieda la necessità di spingere l’intelletto oltre i suoi stessi limiti. Ciò che riesce a vedere e a comprendere l’intelligenza insieme alla fede, la prima non può farlo da sola. Nella fede non è richiesto di soffocare la ragione ma di spingerla al massimo, di fare poi il salto nella fede e, dentro questa, di essere vigilante, penetrante, intuitiva. Non è quindi, la fede, una accettazione passiva e ingenua, ma un atto dell’intelligenza e della volontà. Torniamo però alla fiducia. Quando alla fine di una preghiera diciamo ‘amen’, di solito lo facciamo meccanicamente e senza renderci conto del suo significato profondo. Il termine in questione viene da ‘emet, che vuol dire: verità, fedeltà, stabilità, fede. In un certo senso fede e verità sono collegati: «A Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede». Quando noi diciamo amen stiamo dicendo: “Sì, mi fido di quello che ho detto. Così è, così sia. Credo in quello che ho detto. Mi appoggio, per trovare stabilità, al contenuto di quanto ho appena detto, e mi fido”. Amen «[…] indica l’essere fondati su una roccia che impedisce di essere spazzati via dalla tempesta ed il riferimento è a Dio, cui appoggiarsi con fiducia» (G. Ravasi).
La fede richiede conversione, cioè un saper pensare diversamente, un pensare non solo diversamente ma in modo ulteriore, un saper andare al di là della mera ragione. La fede è un atto di umiltà e di intelligenza superiore. Confidare nel Signore significa allora appoggiare il nucleo del nostro essere più profondo in Colui che è sempre fedele, non ai nostri capricci o ai nostri desideri passeggeri, ma al nostro bene. La fede non è il rifugio dei vigliacchi ma un atto di coraggio. È il dono che gli umili, i veri forti, accolgono per vivere in modo pieno la dignità della loro umanità.