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lunedì, 8 Luglio, 2024

La diserzione del soldato americano che mostra la terribile natura degli Stati Uniti d’America

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L’America non è certo nuova a scandali internazionali che la pongono al centro del dibattito pubblico mondiale, eppure quello che ha investito Travis King, soldato semplice dell’esercito statunitense di stanza in Corea del Sud porta con sé delle implicazioni non poco.

Soldato semplice di 23 anni, Travis King, lo scorso 18 Luglio, è stato dichiarato “assente senza permesso” dalla base militare da cui a breve avrebbe dovuto fare ritorno negli Stati Uniti. 
Il motivo? Il militare era impegnato a superare, illegalmente, la cortina di ferro che divide Corea del Sud da Corea del Nord, chiedendo, secondo fonti ufficiali Nord-Coreane, rifugio politico a causa di un malcontento “contro il trattamento disumano e la discriminazione razziale subita nell’esercito degli Stati Uniti”. L’agenzia del regime di Pyongyang, la KCNA,  aggiunge anche che King sarebbe intenzionato a chiedere l’asilo in Corea del Nord o in un altro Paese poiché disgustato dalla “disuguaglianza della società americana”. 

A prescindere dalle implicazioni giuridiche e diplomatiche, nonché dal forte imbarazzo, che una simile diserzione potrebbe causare all’esercito statunitense, non si può non notare come il comportamento del soldato King non possa essere ascritto ad una crescente sinfonia di infelicità sia all’interno che all’esterno della società statunitense ritenuta, da sempre, simbolo di libertà, democrazia ed uguaglianza. 

Dai tempi di De Tocqueville[1] gli Stati Uniti hanno costituito infatti un casus studiorum degno di nota, affascinando esperti e non di politica e di filosofia. L’esperimento democratico messo in atto dagli Stati Uniti era, nel XIX secolo, un’utopia in Europa, ancora largamente dominata dall’assolutismo e dal diritto divino dei monarchi e dove, non dimentichiamolo, l’esperimento democratico francese era fallito miseramente\, riportando la nazione nelle braccia di sentimenti monarchici ed imperialisti. Vista con gli occhi di un europeo, dunque, l’America doveva costituire un unicumdi uguaglianza e di innovazione politica, un araldo di quella che De Tocqueville definì:«[…] Rivoluzione che si continua in tutto l’universo cristiano.»[2] e che veniva impazientemente attesa anche nel vecchio continente. Nel particolare, l’elemento cardine della neonata nazione statunitense è, per De Tocqueville, l’eguaglianza delle condizioni, in cui rivede, come da lui stesso affermato nell’Introduzione del primo libro de La Democrazia in America[3]: «la forza generatrice, da cui sembrava derivare ogni fatto particolare [e che] io ritrovavo incessantemente davanti a me, come un punto centrale a cui tutte le mie osservazioni venivano ad approdare»[4].

L’utopia di uno stato egualitario, libero e democratico è, dunque, qualcosa di molto più antico della recentissima narrazione hollywoodiana, in cui gli Stati Uniti sono spesso raccontati come il centro nevralgico di un mondo in continuo cambiamento. Ma siamo davvero sicuri che la visione di De Tocqueville sia ancora valida in un mondo dove nel frattempo l’Europa ha abbandonato la morsa dell’assolutismo e ha declinato gli ideali della Rivoluzione Francese con la sua millenaria tradizione politica e culturale?

I dati statici dovrebbero aiutarci a capire meglio l’ipocrisia americana di cui la diserzione del soldato King rischia di diventare un simbolo: gli Stati Uniti costituiscono il 5% della popolazione mondiale, ma il 25% dei carcerati del mondo sono proprio statunitensi (uno statunitense su 100 è in carcere); circa 16 milioni di bambini (il 16% del totale) vive al di sotto della soglia di povertà; ogni giorno circa 125 americani muoiono per mancanza di accesso gratuito al sistema sanitario; la maggioranza della popolazione ha sviluppato debiti universitari pari o superiori agli 80.000 dollari; solo il 40% della popolazione dichiara di credere nell’evoluzionismo darwinista, mentre il 60% ritiene di credere al diavolo; la popolazione afroamericana su cui gli Stati Uniti sono stati letteralmente costruiti ha acquisito il diritto di voto solo nel 1965, mentre il disegno di legge sull’abolizione di ogni discriminazione razziale, il Civil Rights Act, risale al 1964. 

Ancora oggi, la popolazione afroamericana presente nelle carceri statunitensi, il 32,9%, è di molto superiore rispetto alla percentuale degli afroamericani sul totale della popolazione statunitense, ossia il 12,3%, evidenziando ciò che potrebbe essere definito una forma di razzismo sistemico, ossia relativo a tutti i livelli della società americana. Sebbene infatti il numero di afroamericani incarcerati sia il più basso (1134 ogni 100.000) dal 1989, secondo i dati del Dipartimento di Giustizia Statunitense, non possiamo negare che i diritti della popolazione afroamericana siano continuamente dimenticati e che questa fetta di cittadini statunitensi debba, ogni giorno, subire discriminazioni e violenze non degne di quel Paese che tenta di vendersi come il più egualitario al mondo. I dati dimostrano, rispetto a quando riportato da De Tocqueville quasi due secoli fa, una profonda involuzione degli Stati Uniti, divenuti uno dei Paesi più religiosi e fondamentalisti del mondo, in cui la discriminazione ed il razzismo si sono estesi (anche grazie all’altissimo numero di sette cristiane fondamentaliste) a livello sistemico, toccando ogni parte del sistema giudiziario, esecutivo e legislativo. 

Che la diserzione del soldato King sia allora solo l’inizio di una verità destinata a venire a galla?


[1] cfr. Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America (1835-1840),  Utet, Milano 2019

[2] J.J. Chevallier, Le Grandi opere del pensiero politico (1949), Il Mulino, Bologna 1998, p.271

[3] Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America (1835),  Utet, Milano 2019

[4] J.J. Chevallier, Le Grandi opere del pensiero politico (1949), Il Mulino, Bologna 1998, p.270

di Stefano Sannino

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