di Martina Grandori

 

Un ennesimo paradosso che coinvolge un fiore all’occhiello dell’agricoltura Partenopea: la crisi del pomodoro e di tutto l’indotto che ruota attorno a questo ortaggio. La crisi pandemica, la difficoltà nel coltivare la materia prima per scarsità di forza lavoro, la progressiva diminuzione delle superfici coltivate – si sono ridotte di quasi 8.000 ettari passando dai 73.240 del 2015 ai 65.600 del 2020 come riportano i dati -, un andamento climatico instabile e un prezzo a tonnellata che non riesce a star dietro all’aumento dei costi di produzione in un anno e mezzo di Covid. Questo lo scenario singolare di un’industria che invece nei 18 mesi di lockdown ha visto un aumento del  7% su base annua per il mercato italiano e un +8% per quanto riguarda le esportazioni e le recenti analisi parlano di un aumento del 5% di vendite al dettaglio, ma nonostante ciò l’equilibrio di questa filiera è tutt’altro che sicuro. Il lavoro degli agricoltori è a ritmo serrato come dichiarano molti di loro, anche le piccole aziende famigliari crescono a cifra doppia, ma le insidie e la precarietà rimangono. 

Nel 2020, il prezzo corrisposto ai produttori è oscillato per il tondo da 85 a 100 euro a tonnellata, per il lungo da 95 a 125 euro a tonnellata. Quest’anno, in virtù di un aumento generalizzato dei costi di produzione – fra questi quello dell’acciaio dei barattoli alle stelle (colpa della crisi asiatica) – prezzi maggiorati del 60% rispetto a settembre 2020, ma le tasche degli agricoltori, e soprattutto della manodopera, sono paradossalmente vuote. Un’indagine condotta da Dataroom di Milena Gabanelli e Francesco Tortora, riporta che chi ha un regolare contratto guadagna circa 45 euro al giorno. Il grosso però lavora a cottimo e in nero: 4 euro per ogni cassone da 3 quintali. Chi ne riesce a riempire 20, può anche arrivare a 80 euro, ma poi deve dare al caporale dai 2 ai 5 euro per trasporto ai campi e dai 20 ai 50 centesimi per ogni cassone raccolto. Qualcuno però ci guadagna sempre. Chi? Ovviamente la grande distribuzione, e le loro private label, che con le sue politiche marketing dei prezzi corti, ribassati, dimezzati in pratica stabilisce anticipatamente al raccolto il prezzo del pomodoro ancor prima di essere raccolto. 

Risultato si vende la materia prima ad un prezzo più basso del costo di raccolta e la filiera entra in crisi sebbene la domanda della pummarola sia così in crescita. Ciliegina sulla torta, il boom di importazioni dalla Cina (secondo player mondiale nella produzione di pomodoro), che esporta a prezzi irrisori materia scadente semilavorata che viene poi preparata da noi come prodotto 100% italiano, molte le frodi già sventate molte però ancora no. La beffa? È che negli anni Novanta furono proprio gli industriali campani a insegnare il mestiere della lavorazione del pomodoro ai cinesi, trasferendo know-how e macchinari in cambio di materia prima.