di Gabriele Rizza

Il 2022 sarà un altro anno difficile per il centrodestra. L’anno in corso ha prima visto la Lega e Forza Italia prendere tempo sotto il riparo dell’ombrello di Mario Draghi, così da aver modo di riorganizzarsi, sciogliere nodi interni, ma non affrontare nell’immediato il tema della leadership della colazione – vero problema del centrodestra – e Fratelli d’Italia in vistosa crescita grazie a quel senso di purezza conferita dallo stare all’opposizione, di essere ormai l’unico partito di opposizione.
Tuttavia, ci sono state le elezioni amministrative, e il centrodestra è stato capace di dilapidare un vantaggio nel consenso accumulato negli ultimi tre anni. Le ragioni sono diverse: le città in cui si votava erano per lo più storicamente terreno della sinistra, ma ancor di più ha pesato la mancanza di coesione. Candidati scelti all’ultimo, scontri nemmeno tanto velati sui nomi, veti e contro veti. A pagare è stata la semplicità del fare politica nei comuni e nelle Regioni: raccontare un progetto, una visione di una città, una via da seguire. Gli elettori lo hanno percepito e hanno punito, come solo la democrazia sa essere spietata.
Il 2022 vedrà la scelta del nuovo Presidente della Repubblica e nuove elezioni comunali: Fdi propone le primarie per dirimere le controversie, Forza Italia, in coerenza col passato, non è d’accordo, Matteo Salvini per ora è aperto. Ma le primarie, per quanto strumento bellissimo – se non altro stimolano il dibattito pubblico – non può essere uno strumento per nascondere la polvere sotto il tappeto. Potrebbe essere anche lo strumento ideale per una coalizione che al proprio interno ha diverse anime culturali e varietà di proposte politiche, ma i tre partiti del centrodestra devono realmente credere che vengano prima le idee e i progetti degli uomini. Solo così le primarie funzionano, altrimenti si rischia di cadere nello storytelling targato Partito Democratico: spot e occasione per raccogliere due euro per ciascun elettore. E per mettere sul crinale le idee, bisogna anche abbandonare la mentalità della spartizione territoriale, del genere “se hai la Lombardia allora prendo il Lazio” e abbracciare il merito e quanto di buono un ipotetico candidato a sindaco ha fatto sul territorio.
Forse la soluzione al difficile momento del centrodestra non sta nella leadership, ma alla base.