Sono 266 le candidature avanzate per l’Ambrogino d’Oro, la massima onorificenza milanese che sarà consegnata a cittadini a vario titolo benemeriti il prossimo 7 dicembre. Ce n’è ovviamente per tutti i gusti, e chiaramente moltissimi tra i possibili premiati sono più che meritevoli. Chi negherebbe il riconoscimento all’ex capitano milanista Franco Baresi, o per restare in ambito sportivo al velocista Filippo Tortu, campione olimpico a Tokyo? Stupisce piuttosto che Arnaldo Pomodoro, 95 anni, uno dei più grandi scultori contemporanei, non lo abbia già ricevuto in passato. E certo pochi avrebbero da ridire se la spuntassero i giornalisti Aldo Cazzullo, Paolo Del Debbio, Alfonso Signorini. Ugualmente degni di menzione sono di sicuro il patron di Moncler, Remo Ruffini, o il fondatore di un’iniziativa imprenditorial-solidale come Pizzaut, Nico Acampora. In lizza ci sono in tutto 120 persone fisiche (45 donne e 75 uomini) e 129 fra associazioni, enti, imprese. Altre 17 candidature sono invece alla memoria.

LA CANDIDATURA CHE MANCA
Peccato che tra tanta (pregevole) scelta manchi l’unica candidatura che quest’anno avrebbe – più di tutte – un senso: quella, collettiva, ai commercianti di Milano. Da poco meno di due anni, non c’è forse categoria che più dei negozianti abbia sofferto i contraccolpi della pandemia. Hanno dovuto chiudere le loro attività per mesi, ricevendo in cambio pochi spiccioli rispetto a quanto stavano perdendo in termini di fatturato, tra ristori a rilento e prestiti che spesso le banche faticavano a concedere nonostante una garanzia piena offerta dallo Stato. Hanno dovuto adattare i loro locali, con dispenser, percorsi dedicati, barriere in plexiglas. Spendendo, quando prudenza avrebbe suggerito di risparmiare. Hanno dovuto dimezzare i coperti, o far attendere i rari clienti in strada – magari sotto le intemperie – perché c’era da rispettare la capienza massima imposta (cautelativamente) dalle autorità. Infine, hanno dovuto trasformarsi in poliziotti, impegnati a controllare i clienti a rischio di doverli cacciare se sprovvisti di certificazione anti Covid, quando avrebbero avuto bisogno del buttadentro e non certo di trasformarsi in buttafuori.
Qualcuno ha protestato, anche rumorosamente, molti hanno mugugnato, praticamente tutti si sono adeguati perché più che far polemica c’era da salvare il lavoro di una vita. I clienti hanno capito, quasi sempre. E per quanto hanno potuto, sono tornati a comprare, andare a pranzo e a cena fuori, usufruire dei servizi di commercianti e artigiani. E’ successo in tutta Italia, certo, ma Milano è Milano: quello che accade all’ombra della Madonnina è metafora dell’intero Paese, specie quando si parla di fatti dell’economia.

DOPO I DANNI, LA BEFFA
Poi però, qualcosa si è rotto. Quando a inizio autunno il governo ha imposto l’obbligo del Green Pass non più soltanto per accedere ai locali pubblici, ma anche per poter lavorare, è scoppiata la rivolta. Contro le istituzioni? A parole, di sicuro. Contro i sindacati consenzienti? Anche, e oltre che le parole si sono visti anche i fatti, come quelli incresciosi di Roma, con l’assalto alla sede della Cgil o le minacce e gli accerchiamenti riservati ai cronisti. Ma a conti fatti, chi veramente viene messo settimanalmente in ginocchio da queste manifestazioni non sono politici e sindacalisti e nemmeno i giornalisti, ma onesti bottegai che dopo due annate terribili vorrebbero approfittare pure loro di quella crescita al 6% di cui tanto si parla. Vorrebbero alzare la saracinesca, soprattutto al sabato quando in città è solito sciamare il popolo dello shopping, e cominciare a battere scontrini. Rimettersi in piedi, ricominciare a vendere. E a vivere. E invece i cortei più o meno autorizzati che ogni weekend paralizzano le vie delle compere sono diventati la loro condanna a morte: una pena da scontare lenta, sempre più dolorosa mano a mano che si avvicina il tempo di Natale.
L’ufficio studi della Confcommercio milanese ha fatto i conti: le proteste No Green Pass stanno costando carissime al settore, le vendite sono già calate del 27% e ogni sabato il conto a fine giornata è pari a più di 3 milioni di incassi perduti solo per l’asse di Corso Buenos Aires. Erano oltre 10 una settimana fa, diventeranno presumibilmente 13 milioni di euro entro sera. Per questo nei giorni scorsi l’associazione ha lanciato una petizione su change.org per dire basta alle manifestazioni perché – si legge nelle motivazioni dell’iniziativa – “la città non può e non vuole dividersi sulle soluzioni per combattere la pandemia”. Una presa di posizione necessaria ma difficile, perché ora i negozianti potrebbero vedersela con il risentimento dei protestatari: c’è chi teme atti di vandalismo, altri – i più – confidano nel buonsenso di tutti, al di là delle opinioni.
Per tutte queste ragioni, l’Ambrogino d’oro quest’anno se lo meriterebbero loro, i commercianti di Milano. Potrebbe ritirarlo, a nome di tutti, lo storico presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, o il suo giovane segretario generale, Marco Barbieri (nella foto), che in queste settimane – a dire no all’ennesima beffa per la categoria – ci ha messo coraggiosamente la faccia. Il coraggio di dire che un vecchio adagio milanese – ofelè fa el to mestè (pasticciere, fa’ il tuo mestiere) – è diventato, quello sì, uno slogan rivoluzionario.