Non sarà l’uomo dell’anno (quello è senza dubbio Mario Draghi), ma Carlo Maria Salvemini, sindaco di Lecce, può legittimamente ambire a essere indicato come personaggio italiano della settimana. È lui infatti il promotore del ricorso amministrativo che ha portato il Consiglio di Stato, martedì scorso, a emettere una sentenza storica per il nostro Paese. Quella, cioè, che ha stabilito l’illegittimità delle concessioni balneari prorogate ad libitum dai governi di tutti i colori, nel corso degli anni. Concessioni più che redditizie, considerati i dati di Nomisma e di un recentissimo rapporto di Legambiente che danno conto di un giro d’affari di circa 15 miliardi di euro per i 12.166 stabilimenti censiti lungo le coste della Penisola. Dati che evidenziano anche l’anomalia tutta italiana di canoni pagati allo Stato pari a meno di un centesimo di quanto gli operatori mettono in cassa: 115 milioni sulla carta, 83 effettivamente riscossi.

Eppure non servono analisi raffinate per capire che nelle splendide spiagge italiane risiede una larga parte di quel giacimento di ricchezza storico-artistico-naturale che porta il turismo a essere una componente essenziale del nostro Pil: il comparto vale circa il 13% del prodotto nazionale, secondo una metrica piuttosto condivisa da politica e osservatori economici che fa riferimento ai dati Istat. I gestori dei lidi, che operano appunto su arenili di proprietà pubblica affidati in concessione, incassano quindi molto più di quel che spendono (il canone annuo minimo è stato finora di 363 euro, salirà dal prossimo anno a 2.500), anche in considerazione dei prezzi non sempre abbordabili che praticano per i servizi offerti, dalla semplice accoppiata ombrellone-lettini in su. Perché accade questo? Semplicemente perché lo Stato non ha mai avuto l’accortezza di adeguare le proprie tariffe? Anche. Ma soprattutto perché è difficile farlo se il tuo interlocutore, e sono migliaia, è sempre lo stesso da decenni.

 

IL CASO SIMBOLO DI FIRENZE

Si chiamano rendite di posizione, e per molti nel nostro Paese sono una fortuna. Per tutti gli altri, però, sono un “tappo” che impedisce di sviluppare idee e talenti, perché i posti migliori a tavola sono già occupati e quello che gli esperti chiamano “ascensore sociale” è ormai fermo da tempo, troppo. L’esempio perfetto, e drammatico, lo ha fornito uno studio pubblicato cinque anni fa da due economisti della Banca d’Italia, Guglielmo Barone e Sauro Mocetti. Vale la pena rievocarlo. La ricerca prendeva in esame la diffusione della ricchezza nella città di Firenze, dal Rinascimento ad oggi. Il risultato che i due studiosi hanno ottenuto comparando i dati di un censimento del 1427 con quelli attuali è che – a distanza di circa 25 generazioni – il grosso della ricchezza nel capoluogo toscano è rimasto appannaggio delle stesse famiglie. Di sicuro non sono mancati tracolli e ascese, ma di fatto sono stati episodi marginali di una storia che nella sostanza non ha mai mutato il proprio corso: i ricchi sono rimasti ricchi, i poveri… poveri.

Certamente ci saranno, anche in Italia, città più dinamiche economicamente di Firenze. I grandi cambiamenti demografici di centri di grande attrazione come Milano, Torino e la stessa Roma avranno modificato maggiormente la composizione sociale della cittadinanza. Ma è lecito pensare che in alcune cittadine di provincia, in particolare nel Mezzogiorno (ma non soltanto), il dato fiorentino si replichi e magari sia ancora più marcato. Questo non accade in nessun altro Paese occidentale. Le statistiche dicono che, salvo casi eccezionali, nel giro di tre generazioni le fortune economiche degli avi non sono più fiscalmente rilevanti per i discendenti. Che l’Italia, un Paese con forti radici e una storia millenaria, faccia in parte eccezione non stupisce. Che le rendite possano perpetuare i loro effetti per 600 anni è però un’enormità che non può non essere oggetto di una riflessione. Da parte degli studiosi, ma soprattutto della politica.

Nei giorni scorsi, il governo Draghi ha approvato un decreto sulla Concorrenza. Ci sono misure pensate per aprire spazi di libero mercato in settori sostanzialmente chiusi: vi si affronta, per esempio, l’annoso problema delle licenze dei taxi (e infatti è già stato indetto uno sciopero di categoria per il prossimo 24 novembre), mentre per le spiagge – viste le resistenze di alcune forze di maggioranza – si era deciso di procedere a una “mappatura” delle concessioni, rinviando ancora il tema della liberalizzazione. Ci ha pensato il Consiglio di Stato, indotto dalla pervicacia di un sindaco salentino. Perché certo, nulla è senza effetti e per chi ha investito a lungo termine e dal 2024 rischia di perdere la concessione bisognerà trovare una soluzione, ma ormai il dado è tratto: l’Italia può uscire dalla servitù della gleba e non perché ce lo chieda l’Europa. Ma perché ce lo chiedono le nuove generazioni.