Il Rendiconto di Alan Patarga – IL FISCO SECONDO MELONI È LA PALLIDA COPIA DELLA RIVOLUZIONE SOGNATA (MA MAI REALIZZATA) DAL CAV

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Riuscirà questa volta il centrodestra (o destracentro?) a fare la rivoluzione fiscale? Tutto suggerirebbe che è la volta giusta: la legislatura è appena cominciata, la maggioranza parlamentare è ampia e in tema di tasse difficilmente Lega e Forza Italia si metteranno di traverso all’iniziativa del viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, esponente di Fratelli d’Italia e padre della riforma che approderà in Consiglio dei ministri nei prossimi giorni.

LA REAGANOMICS DI TREMONTI

È dal Libro Bianco di Giulio Tremonti (correva l’anno 1994, ma poi la promessa venne rinnovata nel 2001 e nel 2008) che l’alleanza dei moderati, conservatori e federalisti tenta di dare una spallata al sistema fiscale italiano. Buone intenzioni che hanno lastricato anni di governo spesso travagliati da crisi, contrattempi, alleati riottosi: un’eterna occasione perduta soprattutto per i contribuenti italiani. L’ex ministro delle Finanze sognava dapprincipio un sistema con due sole aliquote: al 23% per i redditi più bassi, al 33% per quelli più elevati. Una prima versione cui ne seguirono altre, via via meno coraggiose a causa degli ostacoli contabili e politici che si frapposero all’idea di portare una buona dose di reaganismo nel sistema tributario italiano. Nel 2010, per dire, Berlusconi e Tremonti si sarebbero accontentati di dar vita a un sistema a tre aliquote: 20, 30, 40% ma la crisi del debito tagliò le gambe al governo, favorendo l’arrivo a Palazzo Chigi del curatore fallimentare Mario Monti, sollecitato dall’Ue e dai mercati a inasprire il prelievo fiscale, non certo ad alleggerire il carico per i contribuenti.

LA BOZZA IN DISCUSSIONE

Il testo della delega fiscale è pressoché pronto, aperto a limature ma tutto sommato definito. Non ci sono cifre precise, sebbene l’ipotesi più accreditata prevederebbe il passaggio dalle attuali quattro a tre sole aliquote Irpef, con il mantenimento della più bassa (23% fino a 15 mila euro di imponibile) e più alta (43% oltre i 50 mila euro), mentre verrebbero accorpate quelle intermedie. Si parla di una forchetta che andrebbe dal 27 al 35%, con un punto di caduta probabilissimo al 28%. Il cosiddetto “ceto medio” (come se chi guadagna 51 mila euro l’anno, lordi, fosse ricco) sarebbe in buona sostanza il solo a guadagnarci. Per gli altri, non cambierebbe granché: è prevista l’introduzione di una flat tax incrementale, da applicare cioè ai soli redditi eccedenti rispetto all’anno precedente, anche per i lavoratori dipendenti.  Ad oggi, esiste soltanto per gli autonomi. L’impianto della riforma immagina poi un alleggerimento della pressione fiscale sulle imprese – a patto però che assumano, meglio se ultracinquantenni e percettori di “Mia”, cioè il nuovo Reddito di cittadinanza – e un Fisco meno aggressivo, capace di censurarsi due volte l’anno (ad agosto e dicembre) per non turbare le vacanze degli italiani con cartelle esattoriali e avvisi vari. 

TRENTA E NON PIÙ TRENTA

Come ogni legge delega, i tempi immaginati sono medio-lunghi: 24 mesi. Un periodo lungo il quale può verosimilmente accadere di tutto, e molto si sa già che accadrà: dal prossimo anno, per esempio, la Commissione europea tornerà a far rispettare gli equilibri di bilancio e chi sforerà gli obiettivi contabili rischierà nuovamente (dopo anni di tregua dovuti prima al Covid e poi alla guerra in Ucraina) procedure di infrazione per deficit eccessivo. Insomma: rispetto a quelle attuali, le condizioni politico-economiche sulla carta possono solo peggiorare. Forse è per questo che già dalle prime battute la riforma appare poco ambiziosa: sembra prevalere la voglia di avere di sicuro l’uovo oggi, anziché la gallina domani. Ma va detto che rispetto all’azzardo berlusconian-reaganiano di un Paese che prova a tagliare le tasse a tutti – anche ai ricchi – pensando che questo porterebbe maggiori consumi, investimenti, occupazione e in definitiva più gettito pur mettendo meno le mani in tasca ai contribuenti, il realismo di Leo e Meloni appare una copia sbiadita. E anche ammesso che la riforma vada in porta, resterà il cruccio di non averci nemmeno provato. E la certezza che non basteranno trent’anni per riprovarci ancora.

di Alan Patarga

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