Comprarsi casa al giusto prezzo, complice il crollo del mercato immobiliare. Pagare una rata di mutuo sostenibile, grazie a tassi d’interesse sostanzialmente a zero, e senza dover versare l’anticipo perché tanto c’è la garanzia pubblica. Ristrutturare casa a spese dello Stato, approfittando del Superbonus al 110%. Per le giovani coppie intenzionate a metter su famiglia la congiuntura edilizia non avrebbe potuto essere migliore: peccato che dopo nemmeno un anno sia già destinata a essere un ricordo, da tramandare forse a figli e nipoti.

FINE DELLA RICREAZIONE
A suonare la campanella che segna la fine della ricreazione, un paio di giorni fa, è stato il premier Mario Draghi. In Consiglio dei ministri, affiancato dal titolare dell’Economia, Daniele Franco, ha illustrato i contenuti del Documento programmatico di bilancio (Dpb), chiarendo che una serie di misure varate dal precedente esecutivo per dare una risposta alla crisi economica generata dalla pandemia non erano nella sostanza più sostenibili: troppo onerose, alla lunga, per le casse pubbliche. Sul versante delle pensioni, nulla da fare per Quota 100, sperimentazione peraltro già destinata a terminare a dicembre 2021: per evitare il ritorno alla legge Fornero per tutti, però, allo studio ci sono due “scaloncini” nel prossimo biennio, e cioè Quota 102 nel 2022 e Quota 104 nel 2023. Sul Reddito di cittadinanza, in attesa di una riforma che promette di ridurne la platea dei beneficiari grazie a maglie più strette all’ingresso, maggiori controlli e soprattutto politiche attive realmente funzionanti, in realtà per ora nulla cambia: i soldi per il prossimo anno, cioè 8,8 miliardi di euro, sono sostanzialmente gli stessi del 2021. A mutare, e non poco, è invece tutto il comparto degli aiuti al settore delle costruzioni.
Il Dpb – in attesa di avere un testo delle Legge di bilancio, che dovrà comunque poi passare al vaglio del Parlamento – sancisce infatti la proroga del Superbonus al 110% per le ristrutturazioni che comportino un efficientamento energetico degli edifici, ma escludendo già dal prossimo anno le abitazioni monofamiliari, quelle che sui giornali sono magicamente diventate “villette”. Definizione che piace poco a Confedilizia, la principale associazione di proprietari di case in Italia, perché in realtà – come ricordato dal presidente Giorgio Spaziani Testa – spesso le abitazioni con ingresso indipendente sono tutt’altro che case da ricchi, e non è raro si trovino anche in località disagiate o a rischio sismico. Insomma, la maxi detrazione – peraltro cedibile con sconto in fattura o cessione del credito alla ditta che effettua i lavori, a una banca o a un altro intermediatore finanziario – resterà in vigore fino alla fine del 2023, ma soltanto per condomini e case popolari. Chi possiede una monofamiliare dovrebbe tentare la corsa della vita: effettuare i lavori entro fine 2022, ma a patto di averne ultimato almeno il 60% entro il prossimo 30 giugno. Con i ponteggi introvabili e la scarsità di materie prime a livello globale che sta portando a ritardi delle consegne di ogni genere di merce, praticamente una “mission impossible”. Anche per gli altri, però, i tempi della pacchia hanno i giorni contati: dal 2024 comincerà il décalage, cioè il taglio della quota detraibile, che per cominciare calerà dal 110 al 70%.
Colpo di scure anche sul bonus facciate, con credito d’imposta al 90%, che senza limiti di spesa consentiva di ritinteggiare e rimettere a posto (con interventi su balconi e fregi) gli edifici fronte strada. Si chiude il prossimo 31 dicembre, con forse soltanto una mini-deroga: chi avrà versato all’esecutore dei lavori quel 10% di costi in capo al committente prima di Capodanno, potrà ultimare gli interventi nel corso del 2022 senza perdere l’agevolazione.

LA LEVATA DI SCUDI
Dai partiti della stessa maggioranza di governo è partita, praticamente subito, la levata di scudi. E se su pensioni e strumenti di welfare gli schieramenti interni all’esecutivo appaiono chiari (la Lega difende Quota 100 e attacca il Reddito, che invece Pd e M5s vorrebbero salvare, spegnendo i sogni di gloria dei pensionandi), sul mattone sembrano tutti d’accordo. Dal Carroccio ai pentastellati, dai dem a Forza Italia, è partita a una voce la richiesta a Draghi e Franco di un ripensamento. Perché superate le incertezze iniziali, dovute a un carico di burocrazia non indifferente (semplificato la scorsa estate), adesso il Superbonus pareva aver ingranato la quarta. Tanto che c’era chi già accreditava alla misura il merito di una crescita di circa 150 mila occupati nel settore edilizio. E lo stesso si può dire del bonus facciate, tra l’altro molto più semplice da utilizzare. Anche su questo punto ha cercato di far leva, in Consiglio a Palazzo Chigi, il ministro della Cultura, Dario Franceschini. L’esponente pd – proprio in chiave di tutela del paesaggio e delle belle arti – ha anzi rivendicato la necessità di non interrompere l’agevolazione, grazie alla quale molti centri storici delle città italiane stanno tornando agli antichi splendori. Senza contare le preoccupazioni dei costruttori, con l’Ance che già fa i conti per i mancati incassi per le imprese qualora la macchina dei bonus edilizi dovesse incepparsi, mettendo a rischio la ripresa del settore, e di riflesso anche l’andamento del mercato immobiliare e di quello creditizio.

E POI CI SONO LE TASSE
Come non bastasse, sullo sfondo rimane lo spettro di un inasprimento del fisco sul mattone. La revisione dei valori catastali – inserita nella delega fiscale – dovrebbe essere ultimata per il 2026, e quindi anche volendo non potrebbe essere utilizzata prima di allora per aumentare le tasse. Sul punto molto è stato detto per rasserenare gli animi dei contribuenti. Ma posto che si tratta di tempi lunghissimi per la politica, è anche vero che – come ha ricordato lo stesso Franco – lo strumento di per sé “è neutro”, per conoscerne l’utilizzo bisognerà sondare le intenzioni e le priorità di politica economica dei governi prossimi venturi. Insomma, niente rialzo delle tasse sugli immobili, adesso. In futuro, chissà.

PER COLPA DI XI
Lontano dall’Italia, chi sembra invece intenzionato fin da subito a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti è il presidente cinese Xi Jinping. Nell’ottica di perseguire una “crescita condivisa”, cioè di ridurre le disuguaglianze nel Paese, il leader del gigante asiatico ha annunciato in questi giorni la decisione di introdurre una tassazione strutturale sugli immobili: “La casa è per viverci, non per specularci”, ha sottolineato, ricordando come in Cina siano innumerevoli le seconde e terze case vuote e facendo implicito riferimento al crac del colosso immobiliare Evergrande, gravato da oltre 300 miliardi di dollari di debiti e tenuto in piedi con corpose iniezioni di liquidità arrivate dalle banche “di sistema”. Ma a stoppare l’Imu in salsa pechinese, ironia della sorte, potrebbe essere il Partito comunista: perché se è vero che l’80% della ricchezza cinese è investita nel mattone, è vero anche – hanno fatto notare i maggiorenti del Pcc – che molti lavoratori statali cui sono stati assegnati gratuitamente alloggi negli anni ’90 e 2000, oggi potrebbero far fatica a pagare il nuovo balzello, considerato il boom dei prezzi immobiliari registrato nel frattempo. Secondo alcuni analisti, il cui parere è stato riportato dal Wall Street Journal, in realtà gli alti papaveri del comunismo cinese temono di dover subire loro un salasso: quasi tutti, negli anni, hanno investito nell’immobiliare, chiaramente acquistando residenze di lusso. Facile capire come, al di là delle dichiarazioni di facciata, siano pronti a tutto pur di affossare la riforma fiscale. Ma se perfino il Dragone Xi rischia di finire all’angolo per aver messo nel mirino la casa, come riuscirà il democratico Draghi a passare indenne la prova del mattone?