di Alessandro Giugni

Il Governo Draghi, dopo aver ventilato l’ipotesi di una riforma del catasto (clicca qui per leggere la nostra analisi), scatenando una dura reazione da parte di Silvio Berlusconi, si trova a dover aprire un ulteriore terreno di scontro in materia fiscale.

Alcuni giorni fa, il Presidente Draghi, durante l’incontro con Confindustria, ha convintamente affermato che il suo Governo non alzerà le tasse. Governo e Parlamento, però, come rivelato da IlSole24Ore, sembrano essere di ben altro avviso. Nel Consiglio dei Ministri che si terrà nella giornata di Mercoledì 29 settembre, infatti, in occasione dell’approvazione della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), diverrà con ogni probabilità oggetto di discussione la revisione delle imposte sostitutive dell’Irpef. Un intervento relativamente al quale si è espresso in maniera favorevole anche il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, secondo il quale i prelievi forfettari «hanno minato l’imponibile e introdotto distorsioni e iniquità inaccettabili sia orizzontali sia verticali».

Considerata l’eccessiva frammentazione in regimi (spesso non correlati tra loro), si dovrebbe porre in essere in un riordinamento delle aliquote, le quali dovrebbero essere equiparate (o il più possibile avvicinate) al primo scaglione Irpef, pari al 23%. Resterebbero, invece, esclusi i regimi minimi e forfettari. Per rendere questa misura apparentemente digeribile agli italiani, il Direttore Generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, nel corso di un’audizione parlamentare, ha suggerito l’innalzamento delle aliquote proporzionali contestualmente a una riduzione delle basi imponibili, senza che si debba modificare l’imposta netta.

Se da un lato è vero che l’eliminazione, o la riduzione al minimo, delle imposte sostitutive gioverebbe alle casse dello Stato, garantendo ad esse introiti maggiorati nell’ordine dei miliardi di euro, dall’altro lato l’attuazione di una simile manovra avrebbe un costo politico elevatissimo, divenendo la pietra tombale per il consenso dei partiti che dovessero appoggiarla.

Per comprendere le motivazioni di quanto poc’anzi esposto, è sufficiente analizzare alcune delle otto aliquote interessate: quelle sulle lezioni private degli insegnanti si attestano al 15%, quelle relative ai premi di produttività al 10%, quella sugli interessi dei titoli di Stato al 12,5%, la cedolare secca sulle locazioni a canone concordato al 10%.

Risulta evidente come la maggior parte delle aliquote interessate siano ben lontane da quel 23% proprio del primo scaglione Irpef. Laddove l’ipotesi di riforma dovesse concretizzarsi, i danni per le categorie interessate assumerebbero proporzioni inimmaginabili, con la conseguenza che buona parte degli italiani, già provati da ormai due anni di restrizioni (lavorative e non) e da una delle tassazioni più alte del mondo, subirebbe l’ennesimo duro colpo da parte di un sistema che altro non fa se non fagocitare un novero sempre maggiore di risorse.