di Alessandro Giugni

1968. Un anno drammatico per gli Stati Uniti, un anno che segnò definitivamente il tramonto delle speranze del popolo americano per un Paese più giusto e con meno disuguaglianze. Il 4 aprile, a Memphis, Martin Luther King, padre della lotta contro la segregazione razziale e premio Nobel per la pace, venne freddato sulla veranda del suo albergo da un colpo di fucile. Contestualmente l’opinione pubblica statunitense venne a conoscenza del massacro di My Lai, fatto questo che costrinse l’allora presidente Lyndon Johnson a fronteggiare mobilitazioni di protesta senza precedenti contro la guerra del Vietnam e a non ricandidarsi alle successive presidenziali. Fu in questo contesto che Robert Francis Kennedy, fratello del 35° Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, assassinato nel 1963, si candidò alle primarie del Partito Democratico. Il 5 giugno Bob Kennedy si trovava all’Hotel Ambassador di Los Angeles per festeggiare la vittoria ottenuta in California. Mentre lasciava l’hotel passando dalle cucine, Shiran Shiran, immigrato palestinese, esplose vari colpi a bruciapelo, ferendo a morte Robert, il quale spirò, dopo 26 ore di agonia, il 6 giugno.

L’8 giugno, dopo il funerale tenutosi nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan, il feretro di Bob Kennedy venne caricato sul decimo vagone di un treno, noto come Funeral Train, così da poter raggiungere il cimitero di Arlington. L’allora 38enne Paul Fusco venne incaricato dalla rivista Look Magazine di salire su quel treno e documentare l’evento. Venne fatto accomodare sull’ottavo vagone e gli venne imposto di restare seduto nel posto assegnatogli. L’impossibilità di muoversi fece scattare una scintilla nella mente di Fusco: abbassò il finestrino e per tutta la durata del viaggio immortalò la gente che si era accalcata ai lati dei binari. 8 ore di viaggio, cinque Stati attraversati (New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, Maryland), 30 rulli impressionati, 2000 fotografie complessivamente scattate. Fotografie che, per oltre 30 anni, rimasero dapprima nei cassetti della rivista Look, che decise di non pubblicarle, e che poi, dopo il fallimento di essa, vennero donate alla Library of Congress di Washginton. Esse vennero finalmente pubblicate nel 1999 da George Magazine (rivista fondata da J. J. Kennedy, nipote di Bob) e divennero successivamente oggetto di una mostra a New York curata dal gallerista James Dazinger.

Quello realizzato da Paul Fusco è uno dei più drammatici e, al contempo, patriottici ritratti dell’America: ci sono bambini scalzi, ragazze con vestiti dai colori sgargianti, vigili del fuoco, c’è chi mette il cappello sul cuore, chi lancia fiori, chi fa il saluto militare. C’è una famiglia di sette persone disposte, da sinistra a destra, in ordine di età e altezza. Si intravedono le periferie fatiscenti. Persone di ogni ceto sociale, bianchi e neri, senza distinzione di età, razza e sesso. Man mano che le ore scorrono e il sole cala le fotografie divengono sempre più sfocate e i volti via via meno riconoscibili. Un climax discendente che sembra simboleggiare come con la morte di Bob Kennedy sia andato dissolvendosi un sogno americano.