IL COSTO DELLA MODA IMPATTA ANCHE SULLE VITE UMANE, NON SOLO SULL’AMBIENTE

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di Livia Caliopi Biro

 

L’impatto ambientale catastrofico dell’industria della moda è ormai sempre più noto. Il settore però ha anche molteplici ripercussioni negative dal punto di vista sociale, non solo sull’ambiente. Quando facciamo shopping i nostri acquisti possono essere spinti da un bisogno, dal basso costo, o anche da un semplice impulso. Purtroppo dietro tutto questo, si cela un mondo nascosto.

Circa 430 milioni di persone sono impiegate nell’industria della moda (fonte Common Objective), un settore che vive grazie a una produzione fondata su tempi velocissimi e prezzi competitivi, e spesso sono gli individui che lavorano nelle fabbriche a soffrirne le conseguenze. La pressione esercitata sulle filiere porta a condizioni di lavoro precarie che si declinano in una preoccupante mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro, strutture non a norma e dipendenti che entrano in contatto con sostanze dannose senza l’adeguata protezione. Non solo, anche le comunità locali soffrono l’impatto ambientale delle scorie industriali e acque non trattate.

Inoltre uno studio di Clean Clothes Campaign ha rilevato che il 93% dei brand presi in osservazione non rispetta il salario minimo imposto dai paesi in cui operano. 14 milioni di lavoratori del settore moda non guadagnano abbastanza per vivere e circa 181 milioni si trovano in condizioni di lavoro precarie e insicure.

I disastri lungo la filiera non diminuiscono, il più noto è accaduto il 24 aprile 2013 in un distretto di Dacca, capitale del Bangladesh. Ogni anno si ricordano i 1129 morti e circa 2515 feriti del crollo di Rana Plaza, un edificio commerciale in cui i dipendenti producevano e fornivano abbigliamento ad alcune delle più grandi catene fast-fashion occidentali. Per ricordare il crollo di Rana Plaza, per combattere condizioni di lavoro disumane e dare voce alle persone che lavorano dietro le quinte, nel 2013 nasce Fashion Revolution, un movimento per la moda sostenibile. Forse la nascita di questo movimento è indice di cambiamento: cresce la consapevolezza delle condizioni di lavoro lungo le filiere e con essa il desidero collettivo di vedere contrastare gli sfruttamenti. Un report di McKinsey & Company dell’agosto 2020 indica che il 66% dei consumatori rinuncerebbe, o ridurrebbe in maniera considerevole, gli acquisti presso brand di moda che non rispettano i diritti dei lavoratori. Sono proprio i consumatori a pretendere dai brand più dignità, sicurezza e giustizia per i lavoratori a livello globale.

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