di Alessandro Giugni

 Il Governo italiano, all’art 2 del Decreto-Legge 23 luglio 2021, n. 105, ha individuato una pluralità di attività (servizi di ristorazione al chiuso, spettacoli aperti al pubblico, eventi sportivi, musei, piscine, palestre, sagre e fiere, centri termali, sale gioco e scommesse, centri culturali, sociali e ricreativi) per poter svolgere le quali, a partire dal 6 agosto, è divenuta necessaria l’esibizione del Green Pass, certificato che, ricordiamo, si ottiene alternativamente o a seguito dell’avvenuta vaccinazione (risultando sufficiente, almeno transitoriamente, anche una sola dose in attesa della seconda) o a seguito dalla guarigione dall’infezione da SARS-CoV-2 o, da ultimo, conseguentemente all’effettuazione, nelle 48 ore precedenti, di un test molecolare o antigenico rapido con esito negativo.

A destare preoccupazione negli esercenti è soprattutto il dettato dell’art. 13 del DPCM 17 giugno 2021, articolo questo nel quale sono state sancite le modalità di verifica delle certificazioni verdi emesse dalla Piattaforma nazionale-DGC.

Al comma 1 si prevede che il controllo del Green Pass dovrà essere effettuato tramite il ricorso all’applicazione VerificaC19, la quale, a seguito della scansione del QR Code, si limiterà a mostrare graficamente, con un semaforo verde o rosso, la validità o meno della certificazione, nonché nome, cognome e data di nascita dell’intestatario della stessa.

I problemi sorgono con riferimento al combinato disposto del secondo e del quarto comma. Al comma 2, infatti, tra i soggetti deputati ad effettuare le verifiche di cui al comma 1 vengono annoverati non solo i pubblici ufficiali, ma anche «i soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l’accesso ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati». Al comma 4 viene, poi, previsto che l’intestatario della Certificazione Verde sarà tenuto a dimostrare la propria identità mediante esibizione del documento di identità laddove ciò sia richiesto dal soggetto verificatore.

Dalla lettura dei due predetti commi si desume che anche gli esercenti, e non solo i pubblici ufficiali, saranno legittimati a richiedere l’esibizione dei documenti di identità. Ciò, però, confligge con quanto stabilito dalla I Sezione della Cassazione Penale con la Sentenza n. 11709/2005, ossia che la facoltà di chiedere le generalità o invitare a esibire i documenti, anche fuori dall’orario di lavoro, spetta unicamente agli agenti della Polizia di Stato, dell’arma Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Penitenziaria. Non solo. L’Art. 357 c.p. fornisce una nozione ben precisa di pubblico ufficiale, ritenendosi rientranti in questa categoria, agli effetti della legge penale, «coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa». Appare, dunque, evidente che gli esercenti non rientrino nella categoria predetta e, dunque, non possano essere legittimati, tantomeno da una fonte di rango secondario quale è un DPCM, al controllo dei documenti di identità.

A conferma di quanto poc’anzi esposto, è intervenuto il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, la quale ha precisato, da un lato, che «non è compito dei ristoratori o dei gestori delle altre attività dove è obbligatorio il green pass verificare l’identità dei titolari. A loro spetta solo accertarsi che chi entra abbia la certificazione verde» e, dall’altro, che «non si può pensare che l’attività di controllo venga svolta dagli agenti di polizia. Significherebbe distoglierli dal loro compito prioritario che è garantire la sicurezza».

In conclusione, non si può che rimanere basiti di fronte alla confusione e all’incertezza che il Governo sta generando tanto nei cittadini, quanto negli esercenti (già provati da 17 mesi di continue restrizioni e limitazioni del diritto al lavoro) quanto nelle forze dell’ordine in un momento tanto delicato quanto quello che stiamo vivendo e che dovrebbe coincidere con la ripartenza del nostro Paese.