di Gabriele Rizza

Accelerata dai conti in rosso a causa del Covid, che fino ad ora ha fatto perdere al calcio europeo circa 5 miliardi di euro. E così, il progetto già immaginato dai club più ricchi e popolari di un campionato europeo sul modello economico – culturale degli sport statunitensi, è diventato sulla carta realtà con la fondazione della Superlega, su invito, senza retrocessioni e in grado di garantire spettacolo e moltiplicare gli introiti, che in Italia vede aderenti Juventus, Inter e Milan, insieme ad altri nove squadre europee.

Si dice che tutto è nato per colmare nell’immediato le voragini di bilancio causate dal Covid, ma sarebbe una visione miope: non sono i 12 club fondatori a cambiare il calcio, è il calcio che è già cambiato, adeguato ad un mondo sempre più slegato dal territorio e dal tessuto culturale e sociale di un Paese, dove il “luogo” non è più la città o l’immaginario collettivo, ma è lo show e laddove esistono gli introiti economici. È finito il tempo in cui si poteva raccontare la storia di un paese attraverso il calcio, come la storia del franchismo in Spagna con la storia di Real Madrid e Barcellona. Anche il tifoso non sarà più quello di oggi, Andrea Agnelli e Florentino Perez parlano di “fanbase”. Il tifoso non esiste più, esiste ormai il consumatore che, nell’idea della Superlega, non è nemmeno di Madrid o di Torino, ma di Pechino, che del valore storico di un Juventus – Fiorentina non sa nulla e non vuole sapere nulla. Si cerca di accontentare un tifo diverso per solo business, dove non si tifa per le squadre ma per i singoli calciatori, con i loro sponsor e post su instagram, status e taglio di capelli; dimentichiamoci della trasmissione passionale di padre in figlio e prendiamo atto che il brand ha preso il posto del simbolo, il consumo dell’adesione. Si abbraccia l’idea di un calcio degli higlights, veloce e immediato, il contrario del gusto europeo più mediato e ragionato, già però messo in discussione dall’onnipresenza digitale e dalla fugacità dei social e del virtuale, specie nei giovanissimi.

Inoltre, la Superlega è tutto il contrario della sostenibilità. Si punta ad aumentare gli introiti senza correggere ciò che rende il calcio oggi insostenibile, come il potere assoluto degli agenti e dei calciatori e i costi di trasferimento gonfiati e fuori dalla realtà. Cresceranno gli introiti ma ancor di più le spese, lo stipendio di 31 milioni di Ronaldo sarà la regola, così come i 200 milioni del PSG per comprare Neymar.

UEFA e FIFA si ergono in questi giorni a paladini della storia e della giustizia, ma questo processo è iniziato da loro. Ricordiamo i mondiali in Qatar del 2022, d’inverno e in situazioni climatiche avverse agli atleti, allo sport sono state scelte la politica e la finanza, o l’UEFA che a parole difende piccoli club e federazioni, ma nulla hanno fatto per evitare che si stringesse sempre di più la piramide del calcio, permettendo agli sceicchi di coprire buchi di bilancio con sponsor fittizi e senza mai muovere un dito contro i procuratori padroni dei club che non permettono ad una squadra scandinava o balcanica di trattenere per uno o due anni in più un talento. In questo calcio nessuno è santo.