di Alessandro Giugni

Da alcune settimane il Governo Draghi è impegnato nello studio di un provvedimento volto a riformare il catasto (trovate una prima analisi relativamente a questo tema in un precedente articolo, consultabile cliccando qui).

Per ragioni di completezza, si ritiene opportuno segnalare che una riforma di tal genere non dovrebbe prescindere dagli esiti di un recente studio, effettuato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate, riguardante lo status del patrimonio immobiliare italiano  (il documento può essere visionato cliccando qui). Dalla lettura di questo report si evince come al MEF risultino 57 milioni di unità immobiliari appartenenti a persone fisiche sul suolo della Repubblica. Di tali immobili, si stima che il 34,2%, pari a 19.5 milioni di unità, costituiscano abitazioni principali; che il 23,3%, pari all’incirca a 13.3 milioni di unità, rappresentino le pertinenze (box, soffitte, cantine, etc.); che 6 milioni di immobili siano case in affitto; che 6.3 milioni di unità siano seconde case; infine, che 1.2 milioni di unità siano immobili concessi in uso gratuito a familiari o comproprietari.
Calcolatrice alla mano, è facilmente dimostrabile come, attenendosi alle rilevazioni del MEF, circa 11 milioni di immobili risultino sconosciuti al Fisco.

Non solo.

Dal Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva relativo all’anno 2021 (consultabile cliccando qui) emerge un altro dato allarmante che il Governo non potrà non tenere in considerazione nel momento in cui dovesse operare una riforma del catasto. Circa il 25,8% del gettito, relativo al triennio 2015-2017, che sarebbe dovuto derivare dall’Imposta Municipale Unica (meglio nota come IMU) non è stato registrato dalle casse dello Stato. Ciò significa che, annualmente, con riferimento alla sola IMU vengono evasi circa 4 miliardi e 869 milioni di euro. Tale cifra, da un lato, attesta come l’Imposta Municipale Unica sia la tassa maggiormente evasa nella nostra penisola e, dall’altro, ha contribuito notevolmente alla lievitazione del tax gap (ossia la differenza tra imposte e contributi effettivamente versati e quelli che i contribuenti avrebbero dovuto versare) relativo al triennio 2015-2017, il quale han finito per attestarsi all’incirca su 107.2 miliardi di euro (dei quali 95.9 di mancate entrate tributarie e 11.3 di mancate entrate contributive).
Tenendo in considerazione i numeri poc’anzi enunciati, è facile prevedere come, nel caso in cui la riforma del catasto dovesse assumere le forme analizzate nel precedente articolo (consultabile qui), a subire pesanti danni sarebbe anche e soprattutto il mercato immobiliare delle grandi città. Ciò in quanto l’IMU, dato l’alto tasso di evasione, subirebbe spropositati aumenti in città come Milano, Roma, Firenze o Torino. Assumendo come esempio la città di Milano, come ricordato da Federcontribuenti, un cittadino milanese, che fino ad oggi ha versato €.2.000 di IMU, finirebbe per dover pagare €.3.484, ossia il 174,2% in più. Aumenti di simili proporzioni avrebbero come unica conseguenza la definitiva distruzione del ceto medio e delle PMI.
L’auspicio è che il Governo dei Migliori metta da parte un’ipotesi di riforma che condannerebbe il nostro Paese a una catastrofe economica e concentri, invece, i propri sforzi nella direzione di una seria lotta all’evasione.