di Mario Alberto Marchi

Come troppo spesso accade quando di parla di provvedimenti economici nel nostro paese, ci ritroviamo a dire che poteva andare paggio, ma si poteva fare molto meglio. Appena due settimane fa, ci ritrovammo a parlare del classico metodo del “bastone e la carota”, applicato al credito per le PMI. Il fatto era da un lato un positivo prolungamento dei termini dei finanziamenti con garanzia statale ottenuti durante la crisi Covid (e questa era la carota), dall’altro la riduzione dal 100 al 70% della garanzia statale, come se nel giro di qualche mese – ma ancora in pina pandemia- le imprese fossero stata miracolosamente nelle condizioni di fornire garanzie autonome alle banche, per almeno il 30% di quanto richiesto.

Vogliamo dire che si tratta di un inguaribile ottimismo da parte del Governo? Diciamolo, perchè giusto dopo 15 giorni ci ritroviamo ad aver a che fare con un nuovo provvedimento che fatica a trovare altre spiegazioni. La questione – questa volta – è quelle delle cartelle esattoriali arretrate.

Tanto il governo Conte 2, quando il governo Draghi avevano messo in atto un sistema in parte di condono di debiti con l’erario, in altra parte di rinvio delle riscossioni. Un sistema del tutto simile a quello messo in campo de tutti gli altri paesi europei. Fin qui tutto bene, ma al momento di ritoccare il più recente decreto Rilancio, a qualcuno deve essere venuta una certa fretta di rimpinguare le casse dello Stato.

Ecco quindi che dal 1° luglio dall’agenzia delle riscossioni partiranno centinaia di migliaia di notifiche, ingiunzioni di pagamenti e pignoramenti. Ed Entro il 2 agosto dovranno essere saldate tutte le cartelle sospese. Per quanto riguarda le cosiddette “cartelle rottamate” cioè quelle sulle quali è stato trattato un condono, entro il 31 luglio andranno corrisposte tutte le rate sospese in scadenza nel 2020.

La domanda è: sempre la stessa: su quali dati di ripresa si è deciso che le imprese sono in grado di saldare tutto? Confindustria prevede l’inizio della ripresa se tutto va bene da luglio, gli analisti parlano di un possibile ritorno al pre-covid, non prima di fine 2022.

C’è poi tra le pieghe dei provvedimenti, un altro dettagli che merita attenzione e nasconde, oltre alla famosa carota, il bastone: è vero che il decreto sostegni cancella le cartelle sotto i 5000 euro per le partite iva che abbiano subito un calo di fatturato del 30% tra il 2019 e il 2020, ma è anche vero che cancella solo i diritti di mora per le irregolarità fiscali tra il 2017 e il 2018.  Si dirà che trattandosi di questioni precedenti il Covid già lo sconto sugli interessi è da apprezzare, ma basta un po’ di memoria storica per ricordare che proprio nel 2018 iniziò un vero precipizio per pmi e partire iva con una riduzione del 7% nell’apertura di nuove attività e un aumento del 17% dei fallimenti rispetto al dato percentuale dell’anno prima. Trasferendo gli effetti sul disastro 2019-2020, quello sugli interessi di mora appare uno sconticino ridicolo.

E non è di sconticini ridicoli che si sente il bisogno.