di Angelo Portale

Questa domenica la seconda lettura è tratta dalla Lettera ai Romani. Ecco di seguito il testo.
Romani 8,14-17
14 Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. 15 E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». 16 Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. 17 E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Lo Spirito Santo grida dentro di noi: “Papà” a Dio Padre, come un’invocazione che riconosce in Lui ogni salvezza, ogni grazia, ogni consolazione, ogni tesoro, la risposta ad ogni perché, anche a quelli più drammatici. Noi siamo realmente figli. Possiamo metterci di fronte a Dio Padre in tutta sincerità e ascoltare senza paura cosa grida la nostra umanità e cosa grida la voce dello Spirito in noi.
Cadere nella paura significa peccare contro la fede. Le paure nascono quando percepiamo dei pericoli. Ma perché non guardare ogni pericolo mettendo accanto ad esso Dio? E, «Se Dio è con noi, chi potrà essere contro di noi?»; «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio»; «niente può separarci dal Suo amore».
Dobbiamo gridare, insieme allo Spirito, Abbà, Padre, anche noi. Farlo costantemente, farlo insistentemente, in modo da non ascoltare più l’uomo vecchio che invece spesso grida: “Dio ti ha abbandonato. Dio si è scordato di te”. «Può, forse, Dio, dimenticarsi dei suoi figli?». Dio non si dimentica mai di noi, neanche quando ci troviamo all’inferno o nel buio esistenziale più tremendo. E proprio quando non riusciamo a capire nulla della nostra vita forse è proprio quello il momento di “naufragare” totalmente e definitivamente in Lui, mettendo ogni cosa nelle Sue mani, abbandonandoci completamente, gridando sinceramente e fiduciosamente “Padre!” e poi aspettare il Suo intervento. Cos’altro potremmo fare quando la vita ci impone di «star seduti solitari e silenziosi?». C’è speranza, deve esserci speranza, una speranza a tutto, per tutto. Altrimenti Dio non sarebbe fedele a sé stesso. Non sarebbe Dio. Non sarebbe Padre.
Facciamo nostre le parole del Salmo 90: «Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, di’ al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido.” Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; non temerai i terrori della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno […]».