di Angelo Portale

La vocazione del cristiano è amare, soffrire, salvare anime. Amare è non uccidere. Tutte le volte che non amo uccido. Per non uccidere devo amare senza riserve. Amare senza riserve significa anche soffrire: morire. Quindi per amare devo essere disposto a lasciarmi uccidere. Solo questo tipo di amore salva chi non ha conosciuto l’amore di Dio. Non siamo nella Chiesa per stare

al centro dell’attenzione, né per ricevere medaglie e neanche per non subire ingiustizie. Siamo nella Chiesa per ricevere e dare misericordia a tutti, per portare i pesi gli uni degli altri.

Nel 1947 Madre Teresa riceve queste parole da Gesù: «Piccola Mia, vieni, vieni portaMi nei “buchi” dei poveri. Vieni, sii la Mia luce. Non posso andare da solo: essi non Mi conoscono e quindi non Mi vogliono. Vieni, vai in mezzo a loro, portaMi con te dentro di loro. Quanto desidero entrare nei loro “buchi”, nelle loro case buie e infelici. Vieni, sii la loro vittima! Nella tua immolazione, nel tuo amore per Me, loro Mi vedranno, Mi conosceranno, Mi vorranno. Offri più sacrifici. Sorridi più teneramente, prega con maggior fervore e tutte le difficoltà scompariranno»45

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In queste parole, oltre ad emergere l’umiltà di Gesù, che sa perfettamente quanto Madre Teresa è importante come vettore del Suo amore, affiora la chiamata specifica ad essere vittima delle anime e di Gesù, per le anime e per Gesù. Cosa significa essere vittima? Una prova vivente furono gli alter ego.

C’è una lettera rivolta ad una amica sofferente in cui Madre Teresa spiega esattamente cosa significa offrire a Dio i propri dolori per amore degli altri: «Sono molto felice che tu voglia unirti ai “membri sofferenti” delle Missionarie della Carità. Capisci cosa intendo? Tu e tutti gli altri che si uniranno a noi prenderete parte alle nostre preghiere, opere e a qualsiasi cosa compiamo per le anime, e voi farete lo stesso per noi, con le vostre preghiere e sofferenze. Vedi, il fine della nostra congregazione è saziare la sete di Gesù sulla Croce di amore delle anime, lavorando per la salvezza e santificazione dei poveri nei bassifondi. Chi potrebbe farlo meglio di te e degli altri che soffrono come te? Il tuo dolore e le tue preghiere saranno il calice in cui i membri operativi verseranno l’amore delle anime che raccogliamo. Pertanto voi siete altrettanto importanti e necessari per la

realizzazione del nostro fine. Per saziare la Sua sete dobbiamo avere un calice, e tu e gli altri, uomini, donne, bambini, vecchi, giovani, poveri e ricchi, siete tutti i benvenuti a formare il calice.

In realtà, puoi fare molto più tu dal tuo letto di dolore di quanto faccia io andando in giro, ma noi due insieme possiamo fare tutto in Lui che ci dà forza. […]»46

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È bellissimo e sapiente il paragone tra sofferenze, preghiere, calice. Il vino dell’amore delle anime, sarebbe stato versato nel calice prezioso fatto con le preghiere e i patimenti dei sofferenti, che volentieri avrebbero accettato la loro condizione e l’avrebbero donata a Gesù. Così avrebbero saziato la Sua sete, servendogli l’amore degli ultimi nel fragile e preziosissimo cristallo del dolore.

Bisogna pagare un prezzo per avvicinare a Dio chi è lontano. Che lo Spirito Santo ce lo marchi in testa e nel cuore. C’è un prezzo da pagare! Non possiamo pensare di essere Chiesa se non rischiamo nulla, se siamo disposti a fare il bene solo quando non ci sono grattacapi. Il sentire la responsabilità per la salvezza e la cura delle anime dev’essere una sensibilità che non può spegnersi quando ci viene chiesto di andare oltre quello che avevamo calcolato di mettere a disposizione.