di Gabriele Rizza

Sembra che ormai l’attività del Parlamento e delle sue commissioni, sia ormai limitata alle questioni di carattere etico – sociale: nell’ultimo anno le iniziative più famose partite direttamente dalla Camera dei deputati o dal Senato sono il ddl Zan, e notizia degli ultimi giorni, l’adozione nella Commissione Giustizia della legge che permette la coltivazione domestica della cannabis “a persone maggiorenni per uso personale di non oltre quattro femmine di cannabis, idonee e finalizzate alla produzione di sostanza stupefacente e del prodotto da esse ottenuto”. La ratio e la finalità della legge, che poi passerà in discussione al Parlamento, sono spiegate da esponenti dei partiti che hanno ottenuto la maggioranza in commissione, Pd, M5s, LeU e +Europa. Secondo il pentastellato e Presidente della commissione, Mario Perantoni: “La coltivazione in casa di canapa è fondamentale per i malati che ne devono fare uso terapeutico, e che spesso non la trovano disponibile, oltre che per combattere lo spaccio ed il conseguente sottobosco criminale“.

Dunque, per risolvere il problema dello spaccio in mano alla criminalità organizzata e per facilitare la reperibilità della sostanza ai malati, la soluzione è rendere legale la coltivazione di un certo numero di piante e il loro consumo esclusivamente personale. I dubbi da porre davanti a questo nesso azione – conseguenze sono diverse: se la reperibilità della cannabis per uso medico è difficile, basterebbe migliorarne la distribuzione (peraltro non risulta nel mondo penuria di coltivazione di cannabis) e regolare ancor meglio quando e quanto il consumo è benefico per il paziente. E poi, non è rischioso per la salute del paziente stesso non avere una supervisione come lo è una ricetta medica o quel presidio della salute che sono le farmacie? Anche se il medico prescrive 2, con la coltivazione domestica abbiamo ancor più rischi che il paziente consumi 4, 10 o 1. Tutti i farmaci fanno bene, se assunti nelle giuste dosi, altrimenti anche quattro bustine di analgesici possono fare molto male, ragionamento alieno agli sponsor della cannabis, che basano la loro legittima battaglia su presupposti sbagliati. Infine, c’è la solita strategia di legalizzare per togliere il business alla criminalità organizzata. Fosse vero (ed in parte lo è) resterebbe il problema dei minorenni – che non sono coinvolti nella legge presentata – grandi obiettivi di mercato degli spacciatori e che si accanirebbero ancor di più su di loro per vendere. La mafia è purtroppo meno stolta di quanto la ratio della legge crede: non avrebbe alcun problema ad abbassare il prezzo della merce per renderla più appetibile anche ai maggiorenni, dato che il grosso del profitto arriva dalle droghe “pesanti”. E nella lotta allo spaccio, non bisogna dimenticare che cannabis o altre droghe non sono distinte, ma parte dello stesso circuito di vendita. Se compro la coca da X, è facile che ci prendo pure la cannabis. Non si può negare che questa misura potrebbe avere un effetto positivo, ma in misura molto minore di quanto si creda. La strada sarebbe ancora lunghissima e si porrebbero altri problemi, come una rete associativa di più persone che coltivano ciascuno le quattro piante permesse e poi vendono.

Una forma di legalizzazione della cannabis si può discutere e prendere in considerazione, ma su altri presupposti. Quelli menzionati dai deputati sono solo il frutto della realtà adottata a delle idee, non viceversa. Più coerente è logico sarebbe dire: “una certa quantità di cannabis non fa male e in alcuni casi può far bene”, allora si può discutere sulla conciliazione tra consumo e salute. Sulla base della realtà, non dell’ideologia.