di Mario Alberto Marchi

Sì certo, siamo alla vigilia di un cambiamento. Anzi siamo innanzi – per essere più prudenti – alla possibilità di un grande cambiamento. Ormai l’abbiamo capito: non ci capiterà mai più di avere da investire 200 miliardi che, per una volta, non provengono dalle tasche degli italiani. Abbiamo capito anche che tutto starà nel come spenderli, tutti quei miliardi. A parte le solite manine che si infileranno arraffando qua e là, il problema sarà avere idee chiare.

A sentire la narrazione entusiastica dei cantori della sostenibilità, non vi sarebbero dubbi su dove indirizzare i soldi: appunto nella svolta ambientale e responsabile dei processi produttivi e della vita sociale. Il problema è che tutto questo rischia di diventare un gran pasticcio se non si ha subito una visione seria dei problemi che già si propongono.

Un esempio. Si fa un gran parlare della necessità di una digitalizzazione rapida e diffusa, ma siamo proprio sicuro che non abbia delle ricadute negative e – alla fine – costose? Ogni tanto val la pena dar retta agli esperti, che magari sono un po’ avari di entusiasmi, ma hanno visione chiara.

Ecco allora che il XXV Rapporto sull’economia globale e l’Italia, presentato dal Centro Einaudi e da Intesa Sanpaolo, coordinato da quel Mario Deaglio che resta un delle menti più lucide della nostra economia, ci dice che “La digitalizzazione delle imprese può determinare una domanda di personale con competenze diverse rispetto a quello posto in cassa integrazione durante il Covid: per questo 1,5 milioni di occupati sono a rischio non solo di non tornare all’occupazione precedente, ma anche della possibilità di trovare un lavoro diverso essendo prive delle competenze per farlo”. Insomma, il meccanismo è chiaro e perverso: se nel momento in cui una crisi mette sulla strada degli occupati, contemporaneamente si imprime un cambiamento tecnologico radicale che rivoluziona i processi, quei nuovi disoccupati diventano automaticamente forza lavoro vecchia e non più riutilizzabile. Sì, certo, qualcuno potrà reinserirsi dopo un cammino di formazione, ma la sua figura professionale dovrebbe essere completamente ridisegnata. E non sarà una cosa per tutti.

Nella presentazione del Rapporto è stata utilizzata una battuta, che rende chiaro – poi – quanto la condizione critica non riguardi solo forza lavoro, diciamo a “vocazione tecnica”, ma anche di tipo impiegatizio, a tutti i livelli: “Nel 2020 – è stato detto -le vendite di vestiti grigi – gli abiti formali da uomo simbolo del lavoro impiegatizio e manageriale nel secolo scorso – sono più che dimezzate rispetto al 2011″. Figuriamoci cosa accadrà nei prossimi anni!

Pericolosa è la concomitanza di varie fasce critiche: le donne, i cosiddetti Neet, cioè i non ancora trentenni che non studiano e non lavorano, i nuovi disoccupati di cui si parlava all’inizio, ma anche i lavoratori più maturi che – senza accorgersene – sono rimasti fermi nella loro esperienza e nell’aggiornamento: Come ha detto Giorgio de Rita, del Censis, “Un quarantenne oggi ha alle spalle 15 anni di crescita zero in cui non ha avuto occasione di crescere”.  In questa cornice, peraltro, il Bel Paese è quello che, con il conforto del sostegno finanziario dell’Europa, deve dimostrare di aver imparato la lezione.”

Qualche timore, sorge.