di Stefano Sannino

«Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano [..]»[1]

Che la Bibbia sia molto di più che il libro più venduto al mondo, non ci sono molti dubbi. Ciò che però spesso si ignora di questo testo complicato ed astruso è (anche) la sua funzione storica. Funzione che, fortunatamente, Jan Assmann non ha dimenticato ricavando proprio dal passo sopra riportato dal libro dell’Esodo, la sua definizione di distinzione mosaica[2], tanto criticata da molti teologici tra cui il vescovo emerito di Roma, Joseph Ratzinger.[3]  

Il concetto di distinzione mosaica, oggi impiegato nella letteratura della storia delle religioni, si basa su una affermazione esplicitamente riportata da YHWH nel testo sopracitato dell’antico testamento: «Io sono un Dio geloso». Secondo lo studioso, questa frase ha la colpa di introdurre nel monoteismo ebraico i concetti di vero e falso[4], prima di allora mai subentrati nel campo della religione, ma sempre rilegati alla filosofia ed alla scienza. Introdurre il vero ed il falso significa, ovviamente, associare alla propria religione il concetto di verità e a quella altrui quello di falsità, giustificando così non solo l’intolleranza religiosa, ma anche la violenza e l’integralismo.

Come nascono i monoteismi
Per chiunque abbia studiato la storia delle religioni è evidente che i monoteismi siamo una strana e complicata eccezione alla regola politeista. Sebbene vi siano stati diversi monoteismi nel corso della storia dell’umanità, sono solo tre ad essere degni di nota per estensione e durata: Ebraismo, Cristianesimo ed Islam. Dalla nascita delle religioni solo questi tre hanno sviluppato e mantenuto a lungo una dottrina univocamente monoteista, proprio a causa di quella distinzione mosaica sopra riportata. Ma prima del monoteismo cos’erano gli ebrei?
Vi sono ormai pochi dubbi, in termini storici, che l’ebraismo non sia sempre stata una religione monolatra, ma che anzi abbia avuto una forte componente biteistica in quanto riconosceva la presenza e la co-esistenza di due entità paredre (complementari), Adonai (YHWH) ed Ashera[5].
La presenza di un’entità paredra di YHWH pare essere avvalorata da nomi illustri della storia delle religioni, tra cui citiamo Raphael Patai e Francesca Stavrakopoulou che, forti di alcune antiche iscrizioni ugaritiche e perfino di alcuni riferimenti nel Libro de Re, hanno sostenuto con vigore la presenza di una divinità femminile che affiancava in origine il culto di YHWH.
A prescindere dalle questioni meramente storiche però, ciò che è particolarmente interessante notare è che ad un certo punto della storia del popolo d’Israele, l’esistenza della cosiddetta “moglie di Dio” viene dimenticata, in favore del solo YHWH. La spiegazione più logica è che la religione abramitica sia passata per una fase di enoteismo, ovverosia una fase intermedia tra politeismo e monoteismo in cui pur riconoscendo l’esistenza di più dèi si assume una tendenza monolatra, favorendo la venerazione di un Dio tra i tanti. Il passo successivo all’enoteismo è, come possiamo immaginare, il disconoscimento dell’esistenza di tutti gli dèi non venerati e dunque l’approdo al monoteismo.

I problemi del monoteismo
Di per sé il monoteismo non è certo una cosa negativa. A discapito di quanto si creda sono numerose le dottrine filosofiche che avevano sviluppato una sorta di monoteismo ben prima dell’approdo del cristianesimo o delle diaspore ebraiche. Pitagorismo, Ontologia parmenidea, Aristotelismo e perfino Platonismo erano tutte teorie filosofiche che in qualche modo facevano riferimento all’idea di causa unica, talvolta ancora definita “demiurgo” altre volte chiamata semplicemente “Essere in quanto Essere” ( τὸ ὄν ᾗ ὄν) . Oltre a questo vi erano poi interi movimenti religiosi completamente monoteisti: basti pensare alla celeberrima eresia di Akhenaton[6].
Faraone precedentemente noto con il nome di Amenofi IV o Amenhotep IV, divenne Akhenaton in seguito al suo tentativo di instaurare una forma di monoteismo incentrato sulla sola venerazione del disco solare (Ra), forte anche del supporto della casta sacerdotale della città di Eliopoli[7] che già da mille anni aveva sostituito la successione religiosa matrilineare con quella patrilineare.
Con l’eresia di Akhenaton si assiste, forse per la prima volta nella storia, alla nascita del problema dell’intolleranza religiosa. Non esistevano più tanti dèi, ma solo un Dio: Ra.

L’interpretatio politeista
Ciò che ci consente di affermare che l’eresia di Akhenaton abbia eliminato completamente la tolleranza religiosa è insito nella natura stessa del monoteismo. Per sua definizione, come affermato da alcuni storici[8], il monoteismo non possiede la facoltà che i latini avrebbero chiamato interpretatio ovverosia “traducibilità”.

La traducibilità tipicamente politeista permetteva ai popoli antichi di non associare la categoria di vero alla propria religione e quella di falso alle religioni altrui, ma anzi di ritenere gli dèi degli altri popoli parimenti veritieri e simili ai propri, solamente con nomi diversi.
E così lo Zeus greco venne tradotto nel Giove romano, il Tifone greco venne tradotto nel Seth[9] egiziano e così via.
In poche parole, ciò che i politeismi hanno rispetto ai monoteismi è l’intrinseca capacità di non ritenere false le divinità altrui, ma anzi di pensarle come manifestazioni delle proprie presso altri popoli. Questo rende l’intolleranza religiosa, e dunque la violenza religiosa, inesistente.
Akhenaton, tentando di instaurare un culto monoteista fu il primo a creare l’intolleranza religiosa, riscoperta poi, più tardi, solo dagli ebrei nel libro dell’Esodo.

L’intolleranza religiosa
Quando pensiamo all’intolleranza religiosa oggi tendiamo sempre ad identificarla con l’Islam, reo di essere l’ultima religione monoteista ad aver sviluppato il terrorismo. Inutile dire che questo sia quanto di più errato possibile. Il monoteismo è, per sua stessa definizione, intollerante: ce lo ricordano le crociate, le persecuzioni più famose (eresie europee, stregoneria et similia) ed anche quelle meno famose (pensiamo, per esempio, allo sterminio dei gatti neri del XIV secolo che, secondo gli storici, portò all’arrivo della peste), le prescrizioni etiche contenute nella Bibbia stessa.
È chiaro che il problema non sia la credenza che esista un solo Dio, ma l’introduzione del concetto di vero e falso nel campo della religione. Dire che ciò in cui credo io è vero significa dire automaticamente che ciò che gli altri credono sia falso e, dunque, significa giustificare l’intolleranza, la violenza e finanche lo sterminio religioso.

L’apologia di Joseph Ratzinger
Nel suo testo Fede, Verità, Tolleranza: Il cristianesimo e le Religioni del mondo, il vescovo emerito di Roma Joseph Ratzinger ha fortemente criticato la teoria di Assmann, affermando che l’introduzione delle categorie di vero e falso non solo è utile, ma perfino necessaria alle religioni.
Secondo Ratzinger il Deus sive natura[10] di Spinoza non solo non può simboleggiare il superamento della distinzione mosaica proposta da Assmann, ma è perfino impraticabile per una religione come il cristianesimo.
Per quanto l’eminentissimo teologo contemporaneo abbia contribuito a formare la teologia così come la intendiamo oggi, non è possibile in alcun modo sostenere che il concetto di vero e falso sia in qualche modo d’aiuto allo sviluppo delle religioni.
L’apologia di Ratzinger deve confrontarsi non tanto con la teoria di Jan Assmann, che pur pare convincente e coerente, ma con le evidenze storiche che dimostrano ineluttabilmente la svolta intollerante dei monoteismi nel corso dello sviluppo della spiritualità umana.

Una soluzione?
Che fare dunque di fronte all’evidenza dell’intolleranza delle tre più grandi religioni al mondo?
Certo non è possibile tornare ad una visione politeista tanto per ragioni culturali quanto per ragioni teologiche; ciò che possiamo fare è però esercitarci alla “traduzione”, cercare cioè di comprendere che le credenze altrui non devono essere necessariamente sbagliate e che anche se lo fossero non si può in alcun modo giustificare l’intolleranza o la violenza religiosa sulla base di un comandamento presumibilmente fatto dal Dio del popolo ebraico in un testo vecchio di qualche migliaio di anni.
L’interpretatio  è qualcosa a cui non siamo evidentemente abituati, ma ciò nonostante siamo ancora in tempo per estirpare l’intolleranza dal nostro modo di guardare al mondo e a Dio.
Dopotutto, non è forse vero che la verità produce persuasione in sé senza bisogno alcuno di coercizione o violenza?[11]

__________________

[1] A.A.V.V., La Bibbia, in https://www.laparola.net/testo.php?riferimento=Esodo20&versioni%5B%5D=C.E.I., Esodo 20, 3-5p

[2] J. Assmann, Monoteismo e distinzione mosaica, Morcelliana, Brescia 2015

[3] cfr. J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza: Il cristianesimo e le Religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2005

[4] J. Assmann, Il disagio dei monoteismi: sentieri teorici e autobiografici, Morcelliana, Brescia 2016

[5] G. Filoramo, Ebraismo, Laterza, Bari 2007, pp. 17 sgg.

[6] G. Filoramo, Manuale di storia delle religioni, Laterza, Bari 1998, p. 42

[7] G. Filoramo, Manuale di storia delle religioni, Laterza, Bari 1998, pp. 48-49

[8] M. Bettini, Elogio del Politeismo, Il Mulino, Bologna 2021

[9] in merito all’identificazione di Tifone e Seth si veda Plutarco, Su Iside e Osiride, tr. it. di Paolo Scarpi in “Le religioni dei Misteri volume 2: Samotracia, Andania, Iside, Cibele e Attis, Mitraismo”, Fondazione Valla 2002, pp.181-185

[10] per approfondire: B. Spinoza, Trattato teologico-politico, UTET, Milano 2021

[11] cfr. Parmenide, Sulla Natura, prologo