di Alessandro Giugni

Dal 13 febbraio 2021, data dell’insediamento del Governo Draghi, l’attenzione dei media è stata pressoché unicamente incentrata sulle politiche di contrasto alla pandemia da quest’ultimo adottate. Sarebbe, però, opportuno prendere coscienza del fatto che in questi sette lunghi mesi il cosiddetto “Governo dei migliori” ha unicamente cavalcato la cresta dell’onda del Covid-19 senza, però, prestare attenzione a tematiche di importanza primaria per il futuro del nostro Paese.

La noncuranza per tutto ciò che non rientra nella politica vaccinale e nell’estensione del Green Pass sta già producendo i primi, disastrosi, effetti. Un esempio di ciò lo riscontriamo nell’esaurimento degli incentivi all’acquisto di auto elettriche facenti parte dell’Ecobonus, fatto questo verificatosi nel mese di agosto 2021. Suddetti incentivi, introdotti con la Legge di Bilancio 2018, cumulandosi con il cosiddetto Extrabonus erano in grado di offrire agli italiani un risparmio pari a circa € 12.000 per l’acquisto di vetture non inquinanti. Con l’esaurimento dei fondi dell’Ecobonus, però, anche la dotazione finanziaria dell’Extrabonus, essendo inscindibilmente connessa a tali fondi, è divenuta per alcuni giorni inaccessibile. Il Governo, sollecitato dal Centro Studi Promotor e dall’ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), ha così optato per lo sblocco, a partire dal mese di settembre, dei 57 milioni di euro dell’Extrabonus. Così, a partire da oggi, 14 settembre, le automobili con emissioni tra 0 e 20 g/km godranno di € 6.000 di incentivi con rottamazione e € 4.000 senza rottamazione, mentre le automobili rientranti nella fascia di emissione tra 61 e 135 g/km godranno di 3.500 di incentivi con rottamazione da sommare a € 1.500 di sconto praticato dal concessionario e da ulteriori € 2.000 riconosciuti dallo Stato. Risulta evidente come l’intervento governativo abbia prodotto un effetto paradossale, finendo per incentivare l’acquisto di auto inquinanti a scapito di quelle a zero emissioni.

Quanto poc’anzi esposto dovrebbe portarci a riflettere su un’ulteriore questione. Nel mese di luglio 2021 la Commissione Europea ha pubblicato il programma “Fit for 55” (consultabile cliccando qui). Tra le misure in esso contenute, l’Unione Europea ha previsto lo stop delle auto diesel, benzina e ibride (anche plug-in) a partire dal 2035 al fine di ridurre del 100% le emissioni di anidride carbonica rispetto ai valori registrati nel 1990. Inoltre, dalla lettura del programma in questione si evince che, sempre entro il 2035, i Paesi membri dovranno predisporre sul loro territorio punti di ricarica, con potenza pari a 3500 kw, per i veicoli elettrici a una distanza l’uno dall’altro non superiore a 60km.

Risulta, dunque, evidente come, a fronte di una simile scelta, gli Stati Europei siano chiamati ad adeguare tanto il proprio parco auto circolante quanto le proprie infrastrutture di ricarica entro tale scadenza.

Posto quanto sopra, ci si aspetterebbe che il Governo Draghi, al quale è stata affidata la predisposizione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, altresì noto come Recovery Plan), abbia stanziato ingenti fondi al fine di assicurare la transizione energetica del nostro Paese entro i termini previsti dalla Commissione UE. Dei 248 miliardi di euro di cui si compone la dotazione finanziaria del PNRR, 59 miliardi sono stati destinati alla “transizione ecologica”, la quale viene articolata in 4 diversi capitoli: a) Economia circolare e agricoltura sostenibile; b) Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile; c) Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici; d) Tutela del territorio e della risorsa idrica. Il capitolo “energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile” è stato finanziato con 23,78 miliardi di euro. A prima vista, dunque, sembrerebbe esservi una dotazione economica sufficiente tanto per garantire la costruzione di una adeguata rete di ricarica quanto per incentivare l’acquisto dei veicoli elettrici fino a quando i prezzi di essi si saranno allineati con quelli attualmente praticati per le auto endotermiche.

Leggendo le voci di spesa nel dettaglio, però, emergono due rilevanti criticità.

In primis, di quei 23,78 miliardi soltanto 750 milioni saranno destinati alla predisposizione della rete di ricarica (per fare un confronto, la Germania ha stanziato 5,5 mld € a tal fine), una cifra che sarà a malapena sufficiente ad installare 31.500 punti di ricarica, dei quali solo 7.500 idonei alla ricarica rapida (ben lontani, dunque, dall’obiettivo di un punto di ricarica fast ogni 60 km).

In secundis, non è stato previsto il rifinanziamento degli incentivi per l’acquisto dei veicoli elettrici. La mancata previsione di essi non potrà che avere pesanti ripercussioni sul mercato delle auto elettriche, finendo per rallentare drasticamente la diffusione dei nuovi mezzi e, di conseguenza, l’obiettivo della riduzione delle emissioni. A conferma di ciò, l’ultimo Rapporto dell’UNRAE ha evidenziato come il parco circolante italiano sia il più vecchio d’Europa, con il 24% delle auto antecedente la normativa Euro 4 e con una media di vita dei veicoli pari a 11,5 anni contro i 9 di Francia e Germania (clicca qui per leggere il documento).

A fronte di quanto sopra esposto e della retorica che ci ha accompagnati in questi ultimi mesi, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa in più, soprattutto con riferimento a una manovra che potrebbe risollevare le sorti del nostro Paese, dal “Governo dei Migliori”.