di Gabriele Rizza

L’Afghanistan torna dopo vent’anni sotto il controllo dei Talebani, che mai erano stati veramente sconfitti e mai avevano perso il controllo di tutto il territorio afgano e dove non lo controllavano, costruivano una fitta rete di controllo a distanza. La stampa occidentale e i politici di tutto l’occidente hanno accolto la notizia del ritiro degli USA come un fulmine a ciel sereno, eppure l’avventura in Afghanistan era da anni un disastro annunciato. Quindi, ancor di più risalta la totale disorganizzazione e impudenza degli USA nella modalità della ritirata, di sabato e lasciando la popolazione di Kabul e di tante altre città allo sbando, nel panico più totale, come dimostrato dall’assalto all’aeroporto di Kabul da parte di civili inermi (e di qualcuno in armi, i marines hanno fatto fuoco su almeno due afgani armati). Già Obama, dopo aver inizialmente rafforzato il contingente militare in Afghanistan – e ottenendo qualche mese dopo il premio Nobel per la pace, strana concezione di pace – si rese conto verso la fine del suo mandato che la partita in quel territorio martoriato era persa. Non avviò trattative e rinviò il dossier della ritirata per la concomitanza dell’emergenza internazionale legata all’Isis. Era il 2014, mancava poco alla fine del suo secondo mandato e lasciò la patata bollente al suo successore, un certo Donald Trump. Il Tycoon, invece, anche negli ultimi mesi del suo mandato chiuso l’accordo di Doha nel 2020 con i vertici Talebani, chiarendo le road map del ritiro delle truppe a stelle e strisce e dei suoi alleati.
Joe Biden si è semplicemente tenuto in continuità con la politica di Trump – e va aggiunto che tra i due Presidenti ci sono paradossalmente più similitudini che contrasti, ad esempio, sul fronte immigrazione, Biden non è molto più morbido di Trump – ma ha fatto il grandissimo errore di ignorare che la resistenza dell’esercito regolare afgano, formato e finanziato dagli USA, si sarebbe arreso senza combattere con l’addio degli americani. Da troppi anni era chiaro che la “democrazia” afgana semplicemente non è mai esistita. In vent’anni, gli USA si sono rivolti ad un élite afgana, ossia una fetta della popolazione urbana, non riuscendo a coinvolgere il paese profondo, quello delle province e delle campagne, quel paese a cui vent’anni “americani” non ha portato alcun passo avanti nei diritti umani.
Il disastro era annunciato perché diritti e libertà non si costruiscono con le bombe e imponendo dall’alto Istituzioni. A pagarne il prezzo sono le donne afgane e le famiglie dei nostri soldati che in quella terra ci hanno rimesso la pelle. Prima i giornali applaudivano le bombe, ora piangono i diritti delle donne, un’ipocrisia che è tutta di casa nostra. Diplomazia e “disinteresse” economico (non più guerre per interessi economici) dovranno essere le basi per salvare il salvabile, seguire il giusto, smettendo di inseguire l’utile.