di Mario Alberto Marchi

Questa è la storia di un gran pasticcio all’italiana che ha come vittime quei soggetti che in teoria si volevano agevolare: i giovani imprenditori, impegnati nella creazione e nell’avvio delle tanto celebrate start-up innovative.

Sei anni fa, l’allora governo Renzi varò un decreto legge (il dl nr.3 del 24 gennaio) che, tra gli altri provvedimenti, consentiva a chi avesse voluto costituire una start up ad alto contenuto di innovazione, di risparmiare tempo e soldi nell’adempimento delle pratiche burocratiche.

Niente più carte, trafile per la Camera di Commercio e soprattutto atti notarili: bastava una registrazione on line, attraverso la pratica della cosiddetta “firma digitale”. Un passo importante per eliminare costi e difficoltà che sono da sempre tra i peggiori nemici dell’impresa. Dopo la conversione in legge, seguì – e qui comincia il pasticcio – il decreto attuativo, ad opera del Ministero per lo Sviluppo Economico.

Già quello che viene chiamato il “secondo tempo delle legge”, cioè quelle serie di atti ministeriali che servono a dare attuazione è spesso un pasticcio in sè, visto che produce spesso tempi lunghissimi, ma se poi contiene imprecisioni, finisce che anche il provvedimento legislativo più illuminati finisce gambe all’aria.

Quello in questione è un caso clamoroso. Il problema è che, però (ed ecco il secondo pasticcio), delle imprecisioni del decreto attuativo in questione non ce ne si è accorti subito. Ecco quindi che migliaia di giovani con idee imprenditoriali brillanti hanno iniziati ad aprire le loro start-up con quelle snella e moderna procedura digitale, fino a quando si è messo di mezzo il Consiglio Nazionale del Notariato, insomma l’associazione di categoria dei notai.

Ad avviso di questi, la procedura di registrazione digitale, non garantiva l’espletamento di tutte le verifiche del caso di carattere giudiziario e formale. Lasciando perdere il sospetto che si trattasse della rivendicazione di una categoria di professionisti che si vedeva sottrarre ruolo e volendo invece credere che fosse uno scrupolo di legalità, andiamo avanti nella storia, trovandoci di fronte al terzo pasticcio:  il conflitto organi dello stato che trattano la stessa materia, ma – non si sa come- finiscono per pensarla in modo diametralmente opposto: ecco allora che  il Tar ha respinto il ricorso dei notai, mentre poi il Consiglio di Stato l’ha accolto.

Intanto – ricordiamocelo- era andata avanti l’apertura di imprese con la veloce e gratuita registrazione on line. Così arriviamo al 29 marzo scorso, con lo stop e il rischio di ritorno alle vecchie procedure. E siamo al seguito del pasticcio: tutto torna in mano al Ministero dello Sviluppo Economico (che nel frattempo ha cambiato un certo numero di titolari) che ha pensato bene – pasticciando ancora- di convocare i notali, ma nessun rappresentante delle imprese.

Come andrà a finire non è dato di sapere, ma val la pena di ricordare che secondo i numeri di Unioncamere, nel solo 2020 il 37% di chi ha aperto nuove imprese dedite all’innovazione, ha fatto ricorso a quella procedura semplificata e ora rischia di dover fare tutto da capo, tornando alle scartoffie, ai bolli, alle imposte di registrazione, insomma alla burocrazia.

Bene. Anzi, no. Perché lo scorso 29 marzo il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dal Consiglio Nazionale del Notariato – bocciato in primo grado dal Tar del Lazio – spiegando che il decreto impugnato (quello del Mise) “non poteva che avere un connotato meramente esecutivo”, e invece aveva previsto che l’atto fosse redatto in modalità “esclusivamente informatica” laddove la legge del 2015 “contempla un’alternatività quanto alle modalità di costituzione” che poteva avvenire sia per atto pubblico che digitale. Inoltre, una registrazione digitale non avrebbe permesso di esercitare i controlli di legalità necessari. Tutto da rifare dunque. La sentenza del consiglio di Stato però, richiamando anche due distinte direttive europee, ha chiarito anche che la costituzione delle società non per forza doveva avvenire per atto pubblico, a patto che ci fosse un controllo preventivo, amministrativo o giudiziario (controlli che con i decreti attuativi del Mise non erano garantiti).

Resta il fatto che con il pronunciamento del Cds la costituzione di queste società è stata riportata in capo al notariato. Anche perché in tre mesi il governo non ha ancora deciso il da farsi. “II braccio di ferro è sul ripristino della norma che i notai non vogliono sia rimessa più in piedi” spiega a Today Gianmarco Carnovale presidente di Roma Startup. Che poi argomenta così: “Il consiglio di stato ha annullato un decreto attuativo, non la legge dello Stato”. Motivo per cui, dice Carnovale, basterebbe riscrivere il decreto attuativo, recependo le indicazioni dei giudici. Ma c’è davvero la volontà di farlo? Forse no. O non così subito.

Pochi giorni dopo la sentenza, il ministro per lo Sviluppo Giancarlo Giorgetti ha incontrato al Mise i rappresentanti del Consiglio nazionale del notariato. “Al centro del confronto – specificava una nota ministeriale – la creazione della piattaforma online per le srl startup innovative”. I notai hanno assicurato alle neo imprese procedimenti più semplici e “meno costosi”, mentre il leghista Giorgetti ha parlato di un “percorso positivo e virtuoso che coniuga i doverosi progressi di sburocratizzazione con la sicurezza dei passaggi di registrazione delle startup”. Il notariato dal canto suo ha fatto sapere dopo il pronunciamento del Cds di non essere “assolutamente contrario al modello ‘startup innovativa'” e che l’atto pubblico permetterà di mantenere “l’affidabilità dei pubblici registri e non consentire ad organizzazioni malavitose di utilizzare indiscriminatamente nuovi modelli societari particolarmente appetibili in quanto significativamente agevolati, ma non adeguatamente controllati e sorvegliati”.

Certo è che, contrariamente a quanto previsto dalla legge del 2015, oggi anche le aziende che fanno innovazione devono sobbarcarsi i costi extra per iscriversi nel registro delle imprese. “E guarda un po’ – polemizza Carnovale – dalla sentenza le tariffe hanno ripreso a salire”. E poi, argomenta, “è un po’ curioso che il Ministero discuta la vicenda con il notariato e non abbia incontrato nessuna delle associazioni di startup. Si dirime una questione tra parti, mettendone al tavolo solo una?”. E c’è un altro aspetto, non secondario, tuttora da chiarire. Che ne sarà di tutte quelle società che si sono già registrate approfittando della norma messa in stand by dal consiglio di Stato? Secondo i dati di Unioncamere e Infocamere l’opzione è stata scelta da 3.579 start up. Nel 2020 il 37% di chi ha avviato una di queste attività ha deciso di ricorrere alla procedura semplificata. Che cosa devono fare queste imprese? A quanto pare il Mise potrebbe decidere di rimandare tutti dal notaio. Con buona pace della semplificazione. E dei portafogli dei diretti interessati. “Al momento – dice il presidente di Roma Startup – nulla le obbliga a sottoscrive un atto pubblico, ma cosa succederebbe se un soggetto terzo, mettiamo un creditore di queste start up, decidesse di portarle in tribunale per contestarne la legittimità costitutiva?”.