di Gabriele Rizza

Indro Montanelli moriva vent’anni fa a Milano, il 22 luglio del 2001. Generazioni e generazioni di italiani hanno letto le sue cronache, editoriali, saggi e ascoltato le sue interviste. Milioni di giovani che non hanno vissuto il Montanelli giornalista, ma solo la sua memora, hanno trovato nelle librerie attempate di genitori e nonni almeno un volume della sua “Storia d’Italia” o della sua “Storia di Roma”. Qualcuno ne è rimasto affascinato, qualcuno lo ha semplicemente sentito nominare così tante volta da pensare che doveva essere un tipo famoso.

Di ricordi e descrizioni del Montanelli uomo e giornalista, oggi la stampa è piena. Giornalisti affermati oggi ricordano aneddoti, storie e insegnamenti; i giornali ripropongono interviste passate, inedite o integrali. Insomma, per capire il Montanelli uomo e giornalista oggi c’è di tutto e di più. E a leggere questi ricordi, come a leggere o ad ascoltarlo nelle vecchie interviste televisive, c’è qualcosa che fugge dalla sua dimensione di uomo dentro il mondo e di mondo (ha conosciuto tutti coloro che hanno segnato la storia nel 900’), ed è proprio la tristezza e la solitudine che hanno segnato la sua vita esistenziale. Crediamo gli anticonformisti pieni di sé, un po’ narcisisti, perché ad andare contro tutti bisogna avere fegato e convinzione: del resto, Indro è stato nemico del fascismo – incarcerato durante la guerra civile italiana del 43- 45 e salvatosi per miracolo dalla fucilazione – quanto del comunismo – vittima delle famose “gambizzazioni” dei terroristi, che peraltro perdonò e incontrò dopo anni, e il perdono nella lunga storia d’Italia non ha mai avuto tanto spazio, purtroppo – eppure Montanelli diceva che “tutta la mia vita è stata contesa fra la noia di vivere insieme e la paura di vivere solo”. Oppure, in un’intervista a Enzo Biagi alla domanda che “cos’è il successo?” rispondeva: “Un passante che mi sorride, l’oste che mi trova un tavolo. Ma poi restano certe profonde tristezze, il mio bisogno di solitudine e di raccoglimento. In qualche momento non sopporto il mondo. E ho sempre presente la precarietà di quello che sono, di quello che faccio”.

Nel suo caso diremo che il suo successo è stato di rimanere sempre fedele a sé stesso: è qualcosa che ti fa sentire così solo, ma anche capire che l’autenticità al mondo arriva. Un successo opposto a quello di oggi, legato all’esibizione e alla quantità di tempo in cui si sta al centro della scena, ai premi e alle medaglie. Un successo della coscienza.