di Francesco Della Corte

 

La questione dei rifiuti marini in genere ossia i “marine litter”, è quanto mai urgente e va affrontata sia dalle istituzioni nazionali che internazionali, ma soprattutto dagli addetti al settore, i quali devono prendere coscienza che alcune abitudini, consolidatesi negli anni, vanno radicalmente cambiate, in mancanza si andrà verso la definitiva compromissione della biodiversità marina e non solo. Per fortuna negli ultimi anni, la comunità internazionale ha riconosciuto questa pregnante necessità di dover intervenire nel campo dei rifiuti marini in genere, e in particolare in quello dei rifiuti derivanti dall’abbandono o dalla perdita degli attrezzi da pesca come ad esempio le reti, le gabbie per crostacei o molluschi abbandonate o smarrite in mare Questo genere di detriti viene denominato con la sigla A.L.D.F.G. Abandoned Lost Or Otherwise Discarded Fishing Gear, da soli rappresentano circa il 30% di tutti i rifiuti presenti nel mare di cui purtroppo, solo l’1,5% viene riciclato. Nel mondo si  promuovono sempre di più iniziative che vadano in primis a focalizzare l’attenzione dei cittadini su tale problematica – spesso sconosciuta o confusa con quella generica della plastica in mare – ma bisognerebbe affrontare con incisivi programmi di prevenzione, di ricerca e di cura tale fenomeno, in modo che l’ecosistema acquatico, la fauna  marina ed infine l’uomo, possano salvaguardarsi. 

La strada intrapresa è senz’altro quella giusta, anche se è ancora molto lunga. Di recente l’Unione Europea, ha deciso di affrontare il problema in modo più incisivo, partendo appunto dalla piena consapevolezza che se non si interviene immediatamente si rischia entro il 2050 il totale collasso ambientale del Pianeta, messo a dura prova dall’irrazionale sfruttamento delle risorse, dai tanti tipi di inquinamento a cui è soggetto, oltre che dai cambiamenti climatici. 

In tale direzione, appunto, sembra andare una delle più recenti risoluzioni normative adottata dal parlamento Europeo, quella che evidenzia la necessità di introdurre con estrema urgenza misure utili che vadano a ridurre drasticamente proprio i rifiuti marini derivanti dalla pesca. L’obiettivo è introdurre maggiori restrizioni sull’utilizzo della plastica per la fabbricazione di attrezzi da pesca in favore di materiali eco sostenibili, per questo motivo risulta indispensabile eliminare l’utilizzo di materiale impattante sia per gli imballaggi che per la fabbricazione degli attrezzi da pesca, incentivando allo stesso tempo la ricerca su materiali sostitutivi innovativi, ecosostenibili, più resistenti  e biodegradabili.

La battaglia contro gli A.L.D.F.G, dovrebbe partire alla radice, ossia trasmettere ai pescatori i valori di economia circolare, oggi ancora troppo poco divulgati. Perché ogni attrezzo da pesca, così come ogni altro rifiuto che finisce in mare, non è altro che il frutto di un’anomalia del proprio ciclo vitale, è colpa dell’uomo che non si impegna e non presta abbastanza attenzione a questo dramma. Fondamentale una campagna di sensibilizzazione delle comunità ittiche all’insegna del riutilizzo ed il riciclo

In Italia le cose per fortuna si prende coscienza della gravità derivante da questo fenomeno con il DDL “Salvamare” del 2019, oggi Legge dello Stato. Purtroppo le incognite maggiori in merito al  DDL “Salvamare” sono norme obsolete e generiche, e il blackout comunicativo, nonché le oggettive difficoltà nel dialogare con le categorie del settore ittico, che sono ancora ancorate ad accordi, convenzioni e leggi, degli anni Settanta dello scorso secolo, periodo in cui la coscienza ambientale era agli albori. Si tratta di regole ormai inapplicabili e del tutto incompatibili, con le condizioni nazionali ed internazionali odierne.   

Alla luce dei recenti orientamenti internazionali, urge una riformulazione legislativa globale. Nuove norme che siano improntate su piani di azione vicine al Green Deal: per contrastare il fenomeno dei rifiuti marini ed in particolare di quelli derivanti dalla pesca, è necessaria l’introduzione di regole trasversali, più cogenti, controlli più pressanti e coordinati, piani di azione territoriali, improntati sulle esigenze e sulle caratteristiche naturali e sociali autoctone dei territori in cui saranno applicate.

Allo stesso tempo queste nuove norme devono prevedere però anche degli incentivi, e non degli statici ristori, che possano stimolare e sviluppare nuove realtà imprenditoriali rivolte alla raccolta, al riuso, al riciclaggio ed all’upcycling. In tal modo non solo verrebbe protetto l’ambiente ma si creerebbero nuove realtà imprenditoriali che gioverebbero all’economia globale, che in questi ultimi tempi risente molto della crisi da pandemia. 

Occorre una totale, consapevole e vigorosa sinergia universale in grado di “invertire la rotta” e poter così lasciare un mondo migliore alle future generazioni.