di Susanna Russo

Monica Nappo è un’attrice e regista teatrale italiana. Nasce a Napoli nel 1971 e a soli 18 anni prende in gestione, insieme alla sua compagnia teatrale, il miniteatro Bardefè; a 21 vince un concorso nazionale per comici, la Zanzara d’oro.

Inizia fin da giovane a lavorare in teatro, prima con Mario Martone, poi con Cesare Lievi, poi stabilmente nella compagnia di Toni Servillo per più di 10 anni. È stata la prima attrice in Italia ad interpretare Psicosi delle 4:48 di Sarah Kane, per la regia di Pierpaolo Sepe. Nel cinema ha lavorato con registi quali Antonio Capuano, Ivan Cotroneo, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini, e Paolo Sorrentino. È stata coprotagonista di Estate Romana di Matteo Garrone. Ha ricoperto il ruolo di Sofia Pisanello, moglie di Benigni, nel film di Woody Allen, To Rome with Love.

Fa parte del cast di È stata la mano di Dio, ultimo film di Sorrentino candidato al prossimo Leone d’oro, ed ha appena debuttato con L’esperimento, uno monologo scritto, diretto ed interpretato da lei.

Quale urgenza ti ha spinto a 18 anni, da liceale quale eri, a fondare una vera e propria compagnia teatrale?

 «Intanto posso dire che interpretare altri personaggi mi sembrava molto più eccitante di ciò che la vita mi stava offrendo in quel momento, mi concedeva l’illusione che potesse esserci una sorta di allargamento. In quegli anni travagliati l’unica boccata d’aria fresca mi era consentita dal Teatro, attraverso il quale sentivo di appartenere a qualcosa senza finalmente essere giudicata. Il Teatro ha la facoltà di accogliere tutti coloro che si sentono ai margini e tutti coloro che hanno molto da esprimere, ma ancora non sanno come farlo. Ho avuto fin da subito la possibilità di convogliare la mia vena comica, che, come tutti sanno, nasconde una profonda malinconia, con il mio sentirmi un outsider. Il fatto che poi tutto ciò si sia trasformato nel mio lavoro, è venuto da sé.»

 

A proposito della tua vena comica, sei stata la prima donna a vincere un concorso nazionale per comici. Come si è evoluta e trasformata la tua comicità nel corso degli anni?

«Sicuramente ha influito molto il fatto che io abbia vissuto per più di 10 anni a Londra e che io per prima abbia assistito a molti spettacoli di stand-up comedy in lingua originale, ma hanno avuto un loro ruolo anche gli artisti che ho avuto modo di conoscere in quegli anni. In Inghilterra vedere della buona stand-up TV è all’ordine del giorno. Tutto ciò mi ha fatto tornare la voglia di scrivere e mi ha regalato la consapevolezza che, dopo un certo periodo di tempo, si può ridere quasi di tutto; questo, d’altra parte, lo disse anche Charlie Chaplin: “la vita è una tragedia se vista in primo piano, ma è una commedia se vista in campo lungo”. »

 

Sei stata anche la prima attrice italiana ad interpretare Psicosi delle 4:48 di Sarah Kane. Cosa ha rappresentato per te l’incontro con questo personaggio femminile così complesso?

«È stato uno spartiacque: quello per me è stato il primo monologo. Approcciarsi ad un testo così impegnativo, sia a livello tecnico, che a livello interpretativo, non è stato semplice. Io ai tempi lavoravo stabilmente con Toni Servillo, quindi mi sarei potuta ritenere già soddisfatta così, ma questo monologo per me ha rappresentato un vero e proprio battesimo. Stare da soli sulla scena, se scopri che ti piace, che ci sai stare, è un upgrade. In più, portare quel lavoro sulla scena ogni sera, rappresentava una catarsi collettiva, e noi talvolta sottovalutiamo il pubblico e ci scordiamo di quanto abbia voglia di ritrovarsi in quel tipo di situazione.»

 

Cosa ti porti dietro dei 10 anni passati a lavorare al fianco di Toni Servillo?

«Moltissime cose. Io non ho fatto una scuola di teatro, e degli anni trascorsi lavorando con lui mi porto un senso di devozione. La sua arte è bella ed aderisce al suo modo di essere. Per fare un esempio, data la sua fama, avrebbe potuto scegliere una strada più semplice, ma aveva una passione per Jouvet e ha deciso di portare sulla scena un testo complesso e controcorrente, pur di essere coerente con se stesso. Inoltre mi hai insegnato la disciplina e la costanza, è stata la mia scuola. Poi devo dire che, lungo il mio percorso artistico, non vi è una persona che ho incontrato a cui io non sia debitrice, rubo costantemente da tutti; per di più ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno sempre portata a teatro e anche questo mi ha consentito di vedere e studiare modi sempre nuovi e diversi di stare in scena, e di farle i miei.»

 

Hai riportato le parole di Piera Degli Esposti: “senza libri e senza il teatro non possiamo vivere”; perché, soprattutto per quanto riguarda il teatro, sembra che non sia così?

«A questa domanda devo dare una risposta che mi garantirà il solito gruppetto di nemici: in Italia vi sono delle “alleanze”, che possono essere definite in qualche modo “claustrofobiche”. Mancano coraggio, volontà di rischiare e sperimentare e soprattutto manca meritocrazia. Pensiamo ad esempio alle registe italiane: ci sono sempre le solite due, tutte le altre devono rimboccarsi le maniche ogni volta per riuscire a farsi spazio.  Tutto questo, non perché non ci sia gente interessante nel giro, ma perché è un ambiente molto chiuso in se stesso. Queste dinamiche tolgono delle chances a chi le meriterebbe, ma soprattutto impoveriscono l’arte. È come stare in un luogo chiuso in cui non avviene mai un ricambio d’aria: alla fine respiri male pure tu. All’estero, ad esempio, c’è più meritocrazia: se lì toppi tre regie, vai a casa, non c’è conoscenza con il direttore che tenga! E mi preme precisare che non faccio questo discorso per invidia, in Italia non sono la sola a pensarla così, molti lo pensano ma tacciono, secondo me invece è giusto parlarne.»

 

Hai appena debuttato con un monologo scritto, diretto ed interpretato da te, dal titolo L’esperimento. Cos’hai capito e dimostrato di e a te stessa attraverso questo esperimento?

«Un sacco di cose. Vi è una parte puramente autobiografica contornata da tante storie raccolte dalle persone che mi stanno intorno, e poi modificate per tutelarle. Ho capito che ci sono degli argomenti femminili di cui non si parla, come se non interessassero a nessuno; ma le donne sono coloro che comprano più biglietti per andare a teatro e al cinema e che acquistano più libri, quindi credo che sia interessante ed importante parlare di ciò che le riguarda. E comunque io credo e spero di aver fatto un lavoro in cui si può identificare anche un uomo. Cosa attraversa testa e cuore quando finisce una storia d’amore, non credo sia qualcosa che riguardi soltanto il femminile e penso che molto spesso certe insicurezze, ma anche certe aspettative, riguardino tanto gli uomini quanto le donne. Il titolo L’esperimento poi l’ho dato anche per me stessa, come a chiedermi se davvero fossi in grado di farlo, se riuscissi ad essere sincera fino in fondo. Devo dire che, sotto questo punto di vista, il tempo trascorso in Inghilterra mi ha molto formato, e mi ha forgiata. Lì è naturale per gli attori scrivere, e molti drammaturghi contemporanei sostengono che coloro che temono di più siano proprio gli attori. Quando sei un attore e scrivi, parte tutto da te e continua con te, non c’è interruzione.»