di Susanna Russo

Nato nel 1964, Mario Furlan è un docente, giornalista e Life Coach italiano, fondatore e presidente dei City Angels.

Laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha successivamente conseguito il PhD in Psicologia presso la New York University e la qualifica di Master Trainer in Pnl. È stato assistente alla cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano; ha tenuto diversi corsi universitari, tra qui Teoria e tecnica della comunicazione, Motivazione e crescita personale e Autodifesa istintiva e mentale. Dal 2019 è docente di Motivazione e leadership presso la School of Management dell’Università Lum – Jean Monnet di Bari. Ha lavorato presso Mediaset, Mondadori, l’agenzia di stampa Reuters e i quotidiani Avvenire e La Notte.

Nel settembre 1994 ha fondato i City Angels, volontari di strada d’emergenza, che aiutano senzatetto e cittadini in difficoltà e, in collaborazione con le forze dell’ordine, prevengono e contrastano la criminalità. Nel 2001 ha ideato il premio Campione, un riconoscimento conferito ogni anno a 10 “campioni” di solidarietà, legalità e civismo. È l’ideatore dell’autodifesa istintiva o Wilding. Nel 2018 è stato nominato “miglior life coach italiano” dall’Associazione Italiana Coach. Tiene rubriche fisse di motivazione e coaching per i quotidiani Il Giornale e Metro, per il settimanale Di Tutto, per il mensile For Men Magazine e per il sito d’informazione TgCom24.

Nel 2018 è stato eletto miglior Life Coach d’Italia. Chi è il Life Coach? E nel suo caso, qual è la sua motivazione?

«Il Life Coach è un professionista che aiuta le persone a valorizzare le risorse di cui dispongono. È una figura che aiuta a scoprire qualcosa che già ci appartiene, a scoprire le nostre qualità nascoste e a trovare la motivazione. Per quanto riguarda la mia di motivazione, penso che ciascuno abbia una missione nella vita, e che nessuno sia su questo pianeta per nulla. Io credo di avere due missioni: una la conseguo attraverso il coaching, e si tratta di un supporto psicologico, l’altra riguarda il mio ruolo di fondatore dei City Angels. Attraverso questa associazione diamo un sostegno anche psicologico, ma soprattutto fisico, a chi ne ha bisogno. Queste due realtà rappresentano la mia motivazione per vivere.»

 

Incontra spesso i giovani, che messaggio cerca di trasmettere loro in questi tempi di crisi profonda?

«Di credere in loro stessi e, come avrebbe detto Eleanor Roosvelt, nella bellezza dei loro sogni, perché di questi tempi i giovani nutrono paura e sfiducia, soprattutto con l’avvento della pandemia. I ragazzi avrebbero bisogno di stare insieme ad amici e compagni. Io ho una figlia che frequenta il primo anno di università, e una il liceo delle Scienze Umane ed entrambe hanno vissuto gli ultimi due anni di scuola in DAD, che non sarà mai equiparabile alla didattica in presenza. Incontrare una persona dal vivo non sarà mai come incontrarla su Zoom. Oltre alle difficoltà derivanti dal distanziamento sociale e dalle distanze fisiche, la pandemia ha intensificato anche le problematiche legate all’aspetto economico; un giovane che guarda al futuro e si affaccia oggi al mondo del lavoro, lo fa probabilmente nel periodo peggiore dal dopoguerra in poi. Un ragazzo privato della sua libertà, e di tutte le possibilità di cui dovrebbe invece disporre, prova un senso di sfiducia, paura e rabbia.»

 

Com’è nata City Angels e qual è il suo scopo primario?

«Ho fondato i City Angels nel 1994, quindi 27 anni fa. Lavoravo come giornalista alla Mondadori, per quello che allora era il settimanale Noi, che poi è diventato Chi, e facevo il lavoro che ho sempre sognato di fare. Nel ’94 ho però capito che scrivere non mi bastava più e ho sentito la necessità, nel mio piccolo, di fare qualcosa per cambiare il mondo intorno a me, per aiutare chi mi circonda. Ho iniziato il mio percorso di volontariato da ragazzo, e quando ho risentito forte questa necessità mi sono licenziato, anche con un po’ di incoscienza, ma ad oggi possiamo dire che sia andato tutto bene! Ho riflettuto sul fatto che ci fossero moltissime associazioni di volontariato, che questa fosse una grande risorsa per l’Italia, e ho voluto fondare un’associazione che ancora non esistesse, e da qui è nata l’idea dei volontari di strada. Si tratta quindi di volontari che aiutano coloro che stanno per la strada e si ritrovano in una situazione di bisogno, innanzitutto i senzatetto, ma anche i cittadini in difficoltà, i turisti che necessitano di informazioni, gli animali abbandonati o maltrattati e, in alcuni casi, collaboriamo anche con le forze dell’ordine; insomma, siamo un’associazione molto particolare!»

 

All’inizio i volontari erano soprattutto uomini, ora le donne sono più della metà: come si spiega questa evoluzione?

 «All’inizio eravamo un’associazione che si occupava di solidarietà e sicurezza, e di solito quando si parla di sicurezza si pensa alle ronde, a cui noi siamo assolutamente contrari, ma comunque questa cosa allontana la componente femminile, più incline alla solidarietà. Quando si è capito che anche la sicurezza fosse funzionale alla solidarietà, c’è stato un forte incremento di volontariato femminile, e questo mi fa molto piacere, perché mi accorgo di come le donne siano più empatiche e riescano a stabilire un miglior contatto e dialogo con chi ha bisogno.»

 

In cosa consiste il “wilding”, il sistema di autodifesa da lei ideato?

 «Sin da quando sono bambino ho una passione per le arti marziali, ho iniziato da piccolo con il judo, e ne ho praticate parecchie, fino al jeet kune do e le consiglio vivamente, ma mi sono reso conto che negli sport da combattimento manchi l’aspetto preventivo. Riflettendo poi sull’esperienza dei City Angels, in cui appunto ci occupiamo di sicurezza, ma senza fare utilizzo della forza, ho capito che mancasse un sistema di difesa personale basato su prevenzione e psicologia. Non si sa mai come possa finire un conflitto fisico, perché non sai mai chi ci sia realmente dall’altra parte ed ogni colluttazione è potenzialmente mortale. Per me la regola deve essere di reagire solo se la vita, tua o di altri, è in pericolo, ed è per questo che ho ideato questa forma di autodifesa.»

 

Cosa ha rappresentato la pandemia per City Angels?

«Per noi ha rappresentato, come per tutti, una grande tragedia. Tra l’altro abbiamo dovuto affrontare il lutto per la dipartita del vice coordinatore dei City Angels di Campomarino, in Molise. È stata però anche un’occasione per sentirmi orgoglioso dei miei Angeli, che non solo hanno fatto quello che fanno sempre, ma hanno anche tenuto aperte mense e docce per i senzatetto, hanno portato cibo e medicine agli anziani soli e ai disabili. Tra tutti devo dire che, gli Angeli di cui sono più orgoglioso, sono quelli di Bergamo, città simbolo della pandemia, soprattutto nel momento iniziale, quello più drammatico e proprio per questo ad Ottobre faremo il nostro raduno a Bergamo. Senza ombra di dubbio le varie restrizioni e normative, tra cui ora anche il Green Pass, rappresentano una complicazione in più. Noi siamo comunque tutti vaccinati. In alcune città ristoratori ed esercenti ci hanno chiesto di essere aiutati anche per tutte queste nuove dinamiche legate appunto al Green Pass; c’è da dire che per ora la questione è ancora molto confusa, ci affideremo a ciò che decideranno le autorità.»

 

Cosa significa per lei provare a diffondere il bene in tempi in cui predominano il buio e la violenza?

«È una sfida. Proprio in tempi in cui predominano il buio, la violenza, la paura, il Covid, la povertà, la disoccupazione e l’estremismo, abbiamo visto anche quello che sta accadendo ora in Afghanistan, credo che il nostro compito sia ancora più importante perché noi, non solo aiutiamo sulla strada, ma cerchiamo anche di diffondere dei messaggi positivi di fratellanza, solidarietà e unione, attraverso varie iniziative che organizziamo durante l’anno; ad esempio tutto gli anni, per la vigilia di Natale, ci raduniamo a Milano davanti al Memoriale della Shoah, con un sacerdote cattolico, un imam musulmano, il presidente della comunità ebraica, un monaco buddista, etc., proprio per l’importanza di focalizzarci su ciò che ci unisce. Soprattutto in questi tempi bui c’è bisogno di chi porta luce.»