di Veronica Graf

 

Mentre tutto il mondo si iniziava ad attrezzare per far fronte a lockdown prolungati e stravolgimenti del proprio modo di vivere, all’inizio del 2020, alcuni scienziati guardavano alla pandemia come a un’opportunità storica. Proprio così, una grande opportunità per l’ambiente perché mentre si bloccavano molte attività produttive e calavano i traffici commerciali, gli oceani e i mari erano meno congestionati dal traffico delle imbarcazioni e quindi anche più silenziosi. Una chance difficile da ripetersi, un modo per studiare con miglior precisione l’impatto dell’inquinamento acustico sugli ecosistemi marini. La conoscenza di questi ecosistemi è relativamente limitata, soprattutto si hanno ben poche certezze sull’impatto che certe attività umane possono avere sulla fauna marina. Gli aspetti legati all’inquinamento acustico, poi, sono studiati meno di altri. Anche perché è complicato trovare delle condizioni ideali per fare delle ricerche comparative. Una possibilità che il 2020 ha consegnato in modo del tutto inaspettato, riporta la Bbc, per spiegare il contesto eccezionale in cui sta prendendo corpo uno studio che può rappresentare una pietra miliare in materia. 

Un team di scienziati, infatti, sta approntando un ascolto comparato del paesaggio sonoro degli oceani di tutto il mondo prima, durante e dopo il lockdown.

I ricercatori si appoggeranno a una rete di 200 idrofoni oceanici, microfoni subacquei già installati. “L’idea è di usarli per misurare i cambiamenti nel rumore e come influenzano la vita marina“, spiega Peter Tyack dell’Università di St Andrews.

“Il lockdown ha rallentato la navigazione globale su una scala che altrimenti sarebbe impossibile da riprodurre artificialmente”, continua Tyack. Proprio come hanno potuto constatare le persone che vivono in grandi città, il rumore è notevolmente calato, permettendo così di sentire senza stupore il canto degli uccelli, di vedere animali che si riappropriano di spazi urbani un tempo troppo caotici e rumorosi, così accade anche per gli abitanti degli oceani. Lo scorso luglio, rilevazioni della Guarda Costiera avevano mostrato come in soli due mesi di chiusura si sono registrati un significativo miglioramento della trasparenza delle acque e un’importante riduzione dei materiali in sospensione, mentre aragoste, corvine, cernie e saraghi hanno fatto ascoltare i loro suoni, la loro voce, grazie alla drastica riduzione dell’inquinamento acustico.

Di recente, una revisione sistematica della letteratura scientifica sull’inquinamento acustico e i suoi impatti sugli ecosistemi marini ha mostrato che circa il 90% degli studi esistenti riscontra danni significativi ai mammiferi marini come balene, foche e delfini, mentre ben l’80% rileva impatti su pesci e invertebrati. In poche parole significa che praticamente ogni fonte di rumore è dannosa: ci sono riscontri negativi per i suoni prodotti dalle navi, il sonar, i suoni sintetici, i dispositivi di deterrenza acustica, il rumore proveniente dalle infrastrutture energetiche e dalle indagini sismiche.

È il caso di dire ben tornato silenzio.