di Stefano Sannino

Ecocriticismo, una parola ben poco spesa, poco famigliare a gran parte delle persone, ma che oggi più che mai si può rivelare attuale ed utile. Con ecocriticismo si intende, genericamente, l’analisi di temi ambientali per mezzo della letteratura e di opere di finzione. A grandi linee, possiamo quindi dire che l’ecocriticismo ci permette di conoscere ed analizzare i grandi temi e problemi ambientali a partire da tutte quelle opere letterarie, artistiche e cinematografiche che sono state mai prodotte dall’uomo. Con queste premesse, non c’è da stupirsi se questa materia possa risultare piuttosto confusa e dall’ampio spettro di indagine. 

Eppure, in tutta la trattazione in merito all’ecocriticismo, vi sono alcune opere che molto più di altre hanno influenzato il pensiero e la cultura umana in merito a temi ambientali: basta pensare al celebre film Into the wild uscito sul grande schermo nel 2008 e che da allora, influenza moltissime fasce della popolazione mondiale su temi come l’impatto del capitalismo sulla natura e la visione filosofica che l’uomo ha del mondo.

Un capolavoro indiscusso della letteratura ecocritica è The Lives of Animals un racconto pubblicato da John Maxwell Coetzee, scrittore sudafricano naturalizzato australiano, che si propone – attraverso una narrazione estremamente filosofica – di ragionare sul rapporto tra l’etica ed una dieta carnivora. 

Il pretesto della narrazione è una lezione tenuta dalla protagonista, una scrittrice australiana di nome Elizabeth Costello, presso l’Appleton College. Costello, convinta vegetariana, incalza il suo auditorio con una serie di argomentazioni che – almeno a prima vista – sembrano ineccepibili. Eppure, in tutta la durata del racconto di Coetzee, il lettore viene pervaso da un senso di dubbio lacerante, espresso nella narrazione dalla voce di diversi accademici incaricati di difendere un’alimentazione onnivora. Il punto più alto del pensiero comune del vegetariano medio, si manifesta però nel paragone tra olocausto e allevamenti intesivi proposto da Elizabeth Costello durante le sue lezioni. Ecco che con una semplice affermazione, non solo si configura il punto più alto di tutta la narrazione ecocritica sull’alimentazione onnivora dell’uomo, ma anche un profondo senso filosofico che, grazie all’abilità di Coetzee, si manifesta tanto nelle parole dei sostenitori del vegetarianesimo quanto in quelle dei suoi detrattori. A prescindere dalla propria visione in merito a questo tema specifico, su cui neanche l’autore si esprime direttamente nel testo, è sintomatico notare come l’ecocritica riesca ad imbastire un discorso che si muove sul doppio binario della filosofia e della scienza, dell’analisi etica e di quella biologica. Condurre un discorso ecocritico – e questo Coetzee lo dimostra come pochi altri al mondo – significa essere capaci di assumere un’apertura mentale tale da giungere senza pregiudizi alla discussione, apportando tutte le prove, sia scientifiche che filosofiche, a favore della propria tesi. 

Ma, se nell’etica spesso è difficile riconoscere il “giusto” dallo “sbagliato”, in materia scientifica delineare questo confine è ben più semplice. Ecco perché l’ecocritica è tanto importante oggigiorno: perché ci pone nella condizione di saper guardare al mondo con occhio soggettivo ed oggettivo allo stesso tempo, senza quegli influenzamenti sociali e culturali a cui siamo, da sempre, abituati.  In ultima analisi, l’ecocritica è quindi un discorso ragionevole, in cui l’ambiente viene guardato solamente attraverso gli occhi della ragione ed in cui la linea che separa il “giusto” dallo “sbagliato” è sempre più sottile.