di Susanna Russo

La rivolta dei brutti: testo di Filippo Renda – regia di Stefano Cordella – con Salvatore Aronica, Francesco Errico, Giorgia Favoti, Filippo Renda  – produzione Manifatture Teatrali Milanesi

Trama: il 23 maggio 2014, a Isla Vista, California, la polizia ritrova il corpo senza vita del 22enne Elliot Rodger all’interno della sua auto, schiantatasi qualche minuto prima contro alcuni veicoli parcheggiati; ad ucciderlo, però, non è stato lo schianto: la polizia ritrova sul sedile del passeggero un’arma da fuoco con la quale Rodger è riuscito a spararsi un colpo in testa. Troveranno poi altre tre cadaveri nell’appartamento di Rodger: erano i suoi coinquilini, che lui ha ucciso a coltellate. Altre tre persone sono riverse sulle strade di Isla Vista colpiti da un’arma da fuoco che sparava all’impazzata dall’interno di un abitacolo di una BMW Serie 3 lanciata a massima velocità per le strade californiane: l’automobile è quella di Rodger e la sua pistola ha ferito altri sette sconosciuti, mentre la vettura ne ha investiti altri sette. La spiegazione del gesto viene rinvenuta in un manoscritto di circa duecento pagine, un testamento che introduce le dinamiche di una community online che già da qualche anno ha raggiunto migliaia di utenti in tutto il mondo, anche in Italia: si fanno chiamare “incel”, dall’inglese Involuntary Celibate, uomini sessualmente frustrati che utilizzano slogan come “Il femminismo è il problema e lo stupro è la soluzione”. Il problema insanabile degli “incel” è la totale mancanza di fascino, la completa incapacità di seduzione, non sempre legata all’aspetto fisico.
La rivolta dei brutti si svolge in Italia, e racconta la storia di quattro ragazzi della nostra generazione che rivivono il meccanismo violento alla base della strage di Isla Vista senza che esso accada mai in scena; racconta il tentativo di giustificare un maschilismo feroce attraverso dinamiche vittimiste; racconta le modalità con le quali la rete amplifica ed esaspera le frustrazioni generazionali e crea dei ghetti virtuali che nella coscienza degli utenti diventano luoghi reali.

Abbiamo incontrato Filippo Renda, autore del testo La rivolta dei brutti, in scena al Teatro Litta dal 14 al 24 Ottobre

Come ti sei avvicinato e hai scelto il tema che è alla base di questo spettacolo?

«Intanto fa parte di un percorso che sto portando avanti a livello drammaturgico sulla mortificazione di genere; scendendo nel particolare, avevo interesse a portare in scena uno spettacolo riguardante il fenomeno incel, di cui mi ha parlato un amico per la prima volta qualche anno fa, da lì ho cominciato ad informarmi, sono rimasto umanamente angosciato, ma artisticamente affascinato, e ho iniziato a studiare tutti i blog, stranieri ed italiani. Ho così capito che si tratta di un fenomeno contemporaneo interessante da portare in scena, e continuando ad approfondire la questione sono arrivato al caso di Elliot Rodger, a cui si ispira il testo che ho scritto.»


Cosa significa mettere nelle mani di un’altra persona un progetto che è nato da te e si è sviluppato attraverso la tua penna?

«Devo dire che non è che significhi chissà cosa. Chi cura la regia di questo progetto è qualcuno con cui lavoro da anni. Tra me e Stefano Cordella c’è una collaborazione che va avanti da 4 anni, e per questo c’era già una certa consapevolezza di come sarebbe stato portato avanti il lavoro. Forse la cosa più bizzarra è scrivere un testo, recitarci dentro ed essere diretto da qualcun altro. In qualche modo vedo in diretta come si evolve il testo, vedo che, come è naturale che sia, si evolve in maniera diversa rispetto all’evoluzione che avrebbe vissuto con me; non si tratta di giusto o sbagliato, bello o brutto, è – per l’appunto – bizzarro. C’è da dire che è stata una scelta ponderata, non c’è nulla che vada in contrasto col lavoro e, anche solo per il fatto che sia un lavoro portato avanti in modo diverso rispetto a come avrei fatto io, è interessante. Strano, ma interessante.»

 

A questo proposito: com’è per un artista che per anni si è dedicato esclusivamente alla regia, tornare su palco?

 «Ormai è qualche anno che sono tornato a fare l’attore, che poi in realtà, a livello di titolo, è l’unica cosa che potrei fare, perché è per questo che ho studiato. La verità è che per anni mi sono tenuto distante da questo mestiere…diciamo che c’è stato un disamore. Un’altra cosa che ho capito poi col tempo, è che la regia era per me una scusa per mettere in scena i miei testi. Grazie a MTM sono tornato sul palco senza averlo previsto, e lì, dopo 8 anni, ho ritrovato un amore per il palcoscenico, anche perché sono uscito da delle dinamiche post accademiche, per le quali io vedevo la recitazione come un atto performativo e mi frustrava il fatto di vivere i miei momenti sul palco come avvenimenti agonistici. Nella nostra vita l’agonismo è una costante, e vorrei che il teatro fosse un’eccezione, e devo dire che ad oggi non mi interessa più emergere, ma raccontare, creare un ponte emotivo con i compagni di scena ed il pubblico in sala. Ormai salgo su palco con la consapevolezza che anche il più grande capolavoro non potrà piacere a tutti, che l’importante sia raggiungere gli spettatori a livello empatico e regalare loro un viaggio emotivo; questo fa sì che oggi andare in scena mi piaccia molto di più.»

 

C’è qualcosa che hai scoperto, che ancora non sapevi, attraverso la realizzazione di questo spettacolo?

«Non si tratta proprio di una scoperta, ma del proseguo di un percorso fatto anche di scoperte. Solitamente noi abbiamo un approccio ai problemi che va alla ricerca delle loro cause ed eventuali soluzioni. Ciò che ho capito, per quanto riguarda la società globalizzata, capitalista, patriarcale, è che cercare le cause non sia il percorso giusto. Non ci sono vere cause, questo sistema non ha un vero motore, ma siano tutti parte del sistema, anche e soprattutto chi è critico nei confronti di questo. Quindi il problema non si può risolvere, ma si può avere un approccio critico a questo, in attesa di un’eventuale rivoluzione, perché solo una grande rivoluzione può cambiare lo stato delle cose. La scoperta più triste e recente è che si è completamente estinta la figura dell’outsider e questo è molto triste, perché l’outsider serviva per dare un’alternativa allo stato delle cose. Ad oggi l’outsider è forse chi più vuole far parte del sistema, ed è un po’ quello che racconto con questo testo.»

 

Rischiamo tutti di diventare “i brutti” della società?

«No, perché la nostra società per fortuna si basa ancora sul dialogo, e “i brutti” sono un gruppo di persone che rinuncia al dialogo, al confronto. Il rischio per la nostra società c’è, soprattutto dal momento in cui ci siamo ritrovati a non poterci confrontare per più di un anno e mezzo, se non attraverso un media, ma è un altro. C’è il rischio di non capire che non ci siano idee giuste o sbagliate, ma al massimo la possibilità di riempirsi delle biografie degli altri, evitando di metterle in conflitto per accaparrarsi una qualche posizione di potere. Sicuramente se c’è un rischio viene da lì. L’emarginazione viene da una condizione che non dipende dalla cerchia in questione. La comunità degli incel nasce per far sì che certe persone, che vivono in una condizione di isolamento per vari motivi, di cui a volte hanno responsabilità, ma altre no, comunque sicuramente non per colpa del genere femminile, possano confrontarsi. Il problema poi è che internet trova colpevoli. Questo è il rischio generato dai media: il fatto che costituiscano un luogo in cui assegnare colpe piuttosto che trovare un confronto. Detto questo, non rischiamo tutti di emarginarci, ma di rinunciare al dialogo sí.
Ti racconto un aneddoto che mi ha molto impressionato: qualche giorno fa ero sull’autobus, davanti a me c’era un ragazzo che stava facendo una videochiamata con un’altra persona. E ti dico “un’altra persona” perché “spiando” non sono comunque riuscito a vederne il volto, e sai perché? Perché in primo piano non c’era il volto dell’interlocutore, ma quello del ragazzo davanti a me…guardava se stesso. Direi che questa è una bella metafora di quello che ci sta succedendo per colpa dei media.»