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di Gabriele Rizza

In Italia, siamo sempre puntuali agli appuntamenti con i ritardi, la pandemia ce lo ricorda ad ogni occasione: si parte da quel fine febbraio, inizio della catastrofe, quando il Cts invitò il governo a istituire immediatamente la zona rossa nelle aree lombarde colpite dal virus, provvedimento preso poi 7- 10 giorni dopo. È perdonabile in quel caso un ritardo in una situazione del tutto inedita che ha colto di sorpresa il mondo intero, però la resistenza del Premier a rendere pubblici i documenti del Cts fanno sorgere più di qualche dubbio, specie dopo aver dichiarato in diretta che “questo governo non agisce con il favore delle tenebre”.

Il peggio arriva dopo, quando la realtà del virus è stata palpata per mesi, i virologi ripetevano insieme in preghiera di prestare attenzione alla seconda ondata e in Francia e Gran Bretagna i contagi tornavano a salire inesorabilmente. Ecco, in quel inizio autunno, il commissario Domenico Arcuri si godeva il successo per i banchi con le rotelle e indiceva il bando per le terapie intensive solo ad ottobre, proprio quando anche nel nostro paese i reparti degli ospedali ritornavano ad essere presi d’assalto. Il gioco d’anticipo del governo e delle task force mostrava senza obiezioni il proprio fallimento. A poco è servito davanti l’opinione pubblica lo scarica barile sulle Regioni (che hanno la responsabilità sul sistema sanitario), perché pare ovvio che in una situazione di emergenza, il coordinamento e controllo nazionale è alla base di una strategia vincente. Del resto, il governo è caduto nella più classica buccia di banana: intestarsi la vittoria per la prima ondata, dare agli altri la sconfitta per la seconda. Un ragionamento che per logica e pudore non torna.

C’era tempo per rimediare, un buon piano vaccinale avrebbe portato gli italiani a perdonare in parte gli errori autunnali, e invece, i risultati del nostro Arcuri, il prescelto dal governo, sono inciampati ai nastri di partenza: il bando per reclutare il personale è stato chiuso solo il 28 dicembre, i candidati aspettano ancora risposta e per entrare all’opera avranno bisogno di un periodo di formazione, senza considerare la giungla burocratica che attanaglia il Paese. I frigoriferi necessari ancora non ci sono e le siringhe sono state pagate a prezzi sopra la media da produttori cinesi (solo uno italiano). Questa ennesima puntualità con il ritardo è la causa della vaccinazione a rilento: il ministro Speranza parlava di 300 mila vaccinati al giorno, per raggiungere i 13 milioni di vaccinati entro aprile. Ritmi che sembrano essere lontani, specie se il vaccino di Astrozeneca, sul quale il governo aveva puntato, sta avendo problemi nell’approvazione definitiva. Ad oggi, l’ipotesi realistica è di 90 mila vaccinati al giorno, per arrivare a 40 milioni di italiani immuni solo a fine anno. L’appuntamento con il ritardo è ancora puntuale da queste parti.

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