di Stefano Sannino

Guardando all’ambientalismo, all’ecocritica e più in generale a tutte quelle discipline che si occupano di analizzare il nostro impatto sul mondo, ci rendiamo conto che il minimo comune denominatore sono i cosiddetti “non-umani”. Gli antropologi più formati probabilmente spalancano gli occhi, ma se ci pensiamo bene il nostro rapporto con il mondo può tranquillamente essere definito come il rapporto che intercorre tra umano e non-umano. Non-umano, attenzione, non significa extra-umano, ovvero divino, spirituale, piuttosto significa diversamente umano ma perfettamente materiale, terreno. 

La storia dell’umanità e della cultura è ricca di testimonianze che attestano un qualche rapporto tra l’essere umano e ciò che invece non lo è (vedi piante, luoghi naturali, animali), rapporto che indubbiamente a causa dei mutamenti climatici è stato sottoposto a grandi turbamenti negli ultimi decenni. 

Per essere chiari, quando si parla di “non-umani” si fa riferimento, per esempio, alla concezione Kassena (popolo del Ghana settentrionale) in merito a ciò che loro chiamano “tangwam”, ovverosia un particolare luogo geografico con valenza magico-sacrale, sede di determinati spiriti naturali; piuttosto che alla concezione urarina dell’Amazzonia in merito al rapporto tra animali ed umani; o ancora, in merito alla concezione Gwich’in (popolo dell’Alaska) circa la caccia ed il ruolo dello sciamano nel processo di identificazione ed abbattimento della preda. 

È evidente quindi che le idee sui non-umani siano piuttosto variegate ed abbiano sempre una radice spirituale o religiosa, ma ciò non toglie che esse – nei loro minimi termini – non siano altro che un modo che le diverse culture hanno adottato per spiegare il rapporto dell’uomo con il mondo e la sua posizione nell’ambiente. Per esempio, chiedersi “come devo cacciare?” piuttosto che “come devo rapportarmi questo luogo sacro?” o ancora “è corretto uccidere un animale che probabilmente contiene l’anima di un umano reincarnato?”  sono tutti modi culturali di chiedersi quale sia il proprio posto nel mondo e di costruire quindi un’etica ed una cultura fondato su di esso. 

Il non-umano è quindi lo specchio da cui non possiamo fuggire: è la prima cosa che vediamo quando nasciamo e l’ultima che intravediamo prima di morire. È la realtà del “diverso” che prende costantemente forma davanti a noi. Dopotutto, il non-umano è quella cosa con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti, se non altro perché tutti viviamo sul medesimo pianeta e ci chiediamo le medesime cose in merito ai modi di preservarlo e proteggerlo.  

Definire l’ecocritica, o più in generale il discorso sull’ambiente, come un dialogo con e circa i non-umani, non è dunque sbagliato come poteva sembrare perché di fatto ci stiamo chiedendo quale sia il modo giusto di stabile una relazione tra noi e ciò che è diverso da noi, a prescindere che esso sia un animale, una pianta o un luogo geografico. Come potrebbe essere definito, altrimenti, il nostro interrogarci sull’ambiente o il nostro sguardo ecocritico? 

Alla fine, l’insegnamento che possiamo trarre dalla presenza dei non-umani è proprio questo: che la diversità è preziosa e che è nostro compito, come esseri senzienti e razionali, chiederci come proteggerla e preservarla dagli errori del nostro passato.