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venerdì, 12 Aprile, 2024

Endless. The Icons in Milan In programma il 23 maggio al Salotto di Milano

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Guardando le opere di Endless, le sue visioni metropolitane e concettuali, sembra di essere proiettati in una dimensione di antropologia urbana, in cui vengono a confluire le smaterializzazioni dei manifesti pubblicitari, del fashion, della politica, della strada, del mondo globalizzato, che perdono l’originaria configurazione di casualità e di assoluta naturalità, per cominciare a svolgere un ruolo segnaletico, a partire dalle sue prime opere, che con il loro stesso apparire, fondano lo spazio e il tempo e con esso la nomenclatura stessa, delle cose e delle persone, con i “graffiti” convenzionali, che spostano, il ritmo poetico, in narrazioni annalistiche di fatti e di eventi.

Si tratta di un dialogo con la società dei consumi e del glamour, del gossip, che sconvolge i campi del sapere, arricchendoli di notazioni su notazioni, configurando una prima strutturazione dell’immaginario, che da un senso mitico e sacro, scende, nel reale e nell’umano, in una inesorabile gravità, che però è paradossalmente leggera, che viene da lontano, dalle nostre stesse origini, creative o evolutive, per prendere le sembianze dell’inaspettato, dell’enigma, di un andare, sghembo, laterale, asimmetrico, dionisiaco, perché la meta è mobile, sfuggente, come la forma stessa, fenomenica, dell’apparire.

Tutto quanto, per congiurare all’interno della metafora del viaggio nel mondo capitalistico, dell’attraversamento, che è mutamento d’identità, tradimento delle etimologie, fondazione del nuovo, nella dissacrazione delle vecchie credenze che si vanno sconvolgendo, di continuo, come i confini stessi del mondo, che con esso si confronta, sperimentando nuovi orizzonti, che richiedono mappe, appunti fotografici, che hanno preso il posto storico dei disegni, con scritture al volo, che nei momenti di riposo, dalla tormenta dell’attraversamento, vanno necessariamente simulando, sbalordimenti e pericoli, improvvise fulminazioni e stanche ripetizioni, come sempre avviene, quando si saltano le strade maestre e si imboccano le distese delle culture marginali, che non hanno volto (come l’artista londinese), che non hanno nome, perché nessuno glielo ancora dato.

Accade questo, nell’attuale street art di Endless, che accompagna la sequenza di un tempo di brand e icona enigmatici, che è rimasto ammaliato nella “trappola” delle parole di un diario, tenuto accanto a sé, per annotare ripetitivamente le contraddizioni e le meraviglie del nostro tempo, tra il reale ed il sogno, che nello scorrimento, dei giorni e delle notti, tendono a confondersi, diventando evanescenti, tanto più, quanto si sconvolgono i confini tra l’ordinario e lo straordinario.

Tante e tante volte, siamo rimasti sospesi, davanti, in mezzo, accanto, alle sue provocazioni, fatte con materiali e cose scelti, per apparire alla massa, per dissimulare l’avvolgimento di un codice, in una spontaneità tutta mascherata dalla gestualità del mettere e del togliere, compreso il proprio nome, sconfinante in forme senza forma, come nelle architetture primitive, quando ogni spostamento di cose, era la specularità netta del tutto, di quello che oggi è detto con le parole della complessità, sgrammaticate, che ci vengono dal retaggio delle avanguardie.

Prof. Pasquale Lettieri
Critico d’arte

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