di Patrizia Giangualano 

 

Abbiamo bisogno di una nuova definizione di sostenibilità o bisogna impegnarsi di più nella giustizia intergenerazionale?  

Our Common Future, conosciuto come Brundtland Report, fu pubblicato nell’Ottobre del 1987  dalle Nazioni Unite e la definizione di sostenibilità fornita dal Primo Ministro norvegese Gro Harlem Brundtland ancora oggi ben rappresenta il concetto di sostenibilità che “attiene alla possibilità di soddisfare i bisogni delle generazione presente, non compromettendo la possibilità che le  generazioni future riescano a soddisfare i loro”

Una definizione che ha oltre 30 anni ma è sempre attuale e sempre più vera.  Già dal 1987, lo sviluppo sostenibile è associato alla giustizia intergenerazionale, da allora si è sviluppato un percorso di forte sensibilizzazione sul tema, ma il concetto di sostenibilità continua ad essere controverso. 

Il lavoro di attivisti politici e intellettuali  certamente ha creato le condizioni  per  programmi governativi o piani aziendali  nei  quali la parola sostenibilità è sempre al centro, ma se le iniziative non vengono sostanziate con azioni  condivise sui nuovi modelli di sviluppo, comunicate agli stakeholder, rendicontate e misurate,  rischiamo di perdere tutta la “forza trasformativa e generativa” di cui si ha bisogno  per far fronte alle importanti sfide del momento. 

Se veramente la sostenibilità riguarda il futuro delle prossime generazioni, bisogna lavorare affinché il principio sia mantenuto intatto ed essere disponibili ad inserire nel programma giovani e donne.   

 Il successo eccezionale che l’utilizzo del termine sostenibilità ha avuto in questi ultimi anni, ma allo stesso tempo anche le difficoltà di applicarne il principio stesso,  deve far riflettere sulla necessità di utilizzarlo con maggiore cautela. I risultati non sono ancora accettabili e se si guarda agli effetti della pandemia non si può non considerare la forte penalizzazione, oltre che degli anziani, anche dei giovani e delle donne. Il forte aumento del debito pubblico, inoltre, pone l’attenzione su un tema importante di equità intergenerazionale, spostando l’onere fiscale e previdenziale sulle giovani generazioni, il cui coinvolgimento è ancora troppo basso. 

L’Italia ha di fronte a sé la sfida del divario generazionale che, in tutti i progetti deve essere considerato con una strategia generale sull’occupazione giovanile che riduca drasticamente il numero di Neet (i giovani senza occupazione, non inseriti in percorsi di formazione), favorisca una reale staffetta generazionale nella direzione di una società sempre più digitale, con risorse per le politiche attive del lavoro, la formazione e il sostegno alle diverse  forme di imprenditoria giovanile e femminile. 

Ben venga la proposta di un pilastro dedicato ai giovani e una focalizzazione sul contributo delle donne, unitamente a un coinvolgimento nella governance e nel monitoraggio del piano che il nostro governo sta predisponendo per verificarne l’impatto reale. L’obiettivo più importante del NextGeneration EU, in linea con l’unica definizione di sostenibilità, è proprio quello di “investire sulle nuove generazioni e le donne il capitale più prezioso e strategico per il nostro paese”.