di Angelo Portale

 

L’ascensione è una festa bellissima. Il suo significato teologico mi ha sempre colpito molto perché condiziona, assolutamente in senso positivo, ogni aspetto della realtà dell’uomo. Innanzitutto essa ci forza a fissare lo sguardo non più solo al passato, per sapere le nostre origini, ma al futuro: ci svela la nostra meta, il nostro destino. «Dove sarà il capo, sarà anche il corpo», dice la Bibbia. È Cristo il nostro capo, non intenso nel senso di comandante, ma nel senso strutturale di “testa”. Noi e Cristo, grazie alla sua incarnazione, al mistero pasquale e all’ascensione, siamo uno stesso “corpo mistico”. Siamo uniti definitivamente perciò, dove è già Lui, saremo anche noi. Lui è nella Trinità e dentro di essa ha portato anche la natura umana. Quindi la nostra meta, già stabilità e donataci da Cristo, se l’accetteremo, sarà Dio. È come se Egli ci avesse ontologicamente aperto la porta di Dio!

L’ascensione rappresenta anche la fine e il compimento della missione terrena di Gesù e l’ultimo gesto che fa, mentre viene portato in alto, è la benedizione. Gesù ha lasciato la terra benedicendoci! È questa l’ultima immagine che di Lui abbiamo nel Vangelo.

Benedetto XVI, in una sua riflessione sull’ascensione, afferma: «Cristo ha risollevato l’immagine di Adamo: voi non siete solo sporcizia; vi innalzate al di sopra di tutte le dimensioni cosmiche fino al cuore di Dio. L’ascensione di Cristo è la riabilitazione dell’uomo […] è un sursum corda, un movimento verso l’alto, a cui tutti veniamo chiamati. Ci dice che l’uomo può vivere rivolto verso l’alto, che è capace di altezza. Di più: l’altezza che sola corrisponde alla misura dell’uomo è l’altezza di Dio stesso».

Questa riflessione è profondissima perché oltre a svelarci in modo così suggestivo la nostra dignità, ci dice che non c’è bisogno che ci innalziamo noi in modo superbo. Non c’è bisogno, è Dio stesso che ci alza, ci innalza. E ci innalza fino a Lui!

Ancora Benedetto XVI: «L’immagine dell’uomo è elevata, ma noi abbiamo la libertà di tirarla verso il basso e strapparla oppure lasciarci elevare, innalzare verso l’alto. Non si comprende l’uomo se ci si chiede solo da dove viene […] Lo si comprende solo se ci si chiede anche dove può andare. Solo dalla sua altezza risulta chiara davvero la sua essenza. E solo quando questa altezza viene percepita, nasce un rispetto incondizionato verso l’uomo, un rispetto che lo considera sacro anche in tutte le sue profonde umiliazioni». Continua: «Il luogo autenticamente appropriato alla nostra esistenza è Dio stesso […] è da lì che dobbiamo guardare l’uomo per comprenderlo […] L’ascensione di Cristo risveglia in noi la memoria della nostra grandezza».

Dunque: sursum corda! Cioè: in alto i nostri cuori! Cioè: forza, coraggio, non molliamo, speriamo e teniamo fisso lo sguardo alla meta che qui sulla terra è amare e, in cielo, Dio stesso; certi che Cristo ci benedice!