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di Stefano Sannino

In una terra lontana lontana, tra la Cina e la Thailandia, c’è un altopiano unico nel suo genere, in cui si parlano numerosissimi dialetti diversi e ben 5 ceppi linguistici differenti.
Questa terra è la Birmania, noto anche come altopiano Kachin. Gli abitanti di questo altopiano, nel corso della storia, sono stati fraintesi e classificati, dai colonizzatori inglesi come appartenenti ad un’unico gruppo sociale, quando invece non è affatto così. Ciò che mette in crisi un’osservatore occidentale quando si rapporta all’altopiano Kachin e a posti simili, è l’altissima concentrazione di diversità che convivono nello stesso luogo e, che nonostante le differenze, sono pronte a ad unirsi quando occorre. In questa terra di pluralismi linguistici e culturali, convivono – secondo gli antropologi – almeno cinque ceppi linguistici, ciascuno con decine di dialetti particolari: il Jinghpaw, il Maru, il Nung, il Lisu e l’Atsi, una particolare unione di Maru e Jinghpaw. Niente di straordinario, vi direte, anche in Europa abbiamo decine di lingue e migliaia di dialetti; ma nell’altopiano Kachin questa diversità convive nello stesso villaggio, nella stessa cittadina, nello stesso agglomerato di case. Nella comunità di Hpalang, per esempio, secondo un censimento del 1921, vivevano ben nove comunità linguistiche in nove villaggi diversi, ciascuna con un capo villaggio, tutte continuamente in lotta tra di loro per guadagnarsi il diritto ad eleggere chi li avrebbe governati. Eppure, nonostante queste faide linguistiche, culturali e genealogiche, vi erano momenti e luoghi in cui queste differenze smettevano di esistere: durante il mercato cittadino, ma sopratutto nelle risaie intorno alla comunità. Nelle risaie, coloro che prima si sfidavano per ottenere il diritto di nominare il capo della comunità, si prestavano gli strumenti di lavoro aiutandosi l’un l’altro, senza differenza alcuna.
Ecco allora che all’occhio occidentale, luoghi come l’altopiano Kachin risultano straordinari non soltanto per la varietà linguistica e culturale che contengono, ma anche e sopratutto per come accantonano le diversità interne nel momento del bisogno, di come – cioè – sono capaci di individuare un bene comune e di lavorarci senza differenze interne, poiché tutti ne giovano.
Di questo, noi occidentali “civilizzati”, non siamo ancora capaci e per ciò dovremmo prendere come riferimento questi piccoli esempi sconosciuti di civiltà, di fratellanza, di comunità e farne un tesoro ben più prezioso della giada che abbiamo estratto da quel territorio. 

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