di Susanna Russo

Nasce a Napoli nel 1983. Ha esordito al cinema nel 1992, in Ci hai rotto papà, diretto da Castellano e Pipolo. Per lui decisiva sarà l’interpretazione nel film Io speriamo che me la cavo, diretto da Lina Wertmüller. Nello stesso periodo entra nel cast della serie Amico mio, grazie alla quale entra nell’immaginario collettivo come Spillo. Ha recitato per grandi registi, tra cui Carlo Vanzina e Aurelio Grimaldi. Nel 2019 recita ne Il sindaco del rione sanità per la regia di Mario Martone, in concorso alla 76ª edizione del Festival di Venezia.

Fa parte del cast di Natale in casa Cupiello e a breve sarà in onda con il terzo film della trilogia di Eduardo De Filippo, Sabato, domenica e lunedì, per la regia di Edoardo De Angelis. Ha poi interpretato diversi ruoli in altrettante fiction televisive.

In Teatro è stato tra i protagonisti dello spettacolo Gomorra, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, di Santos, di La città perfetta ed infine Il sindaco del rione sanità di Eduardo De Filippo, per la regia di Mario Martone. Nel 2016 debutta alla regia cinematografica con il cortometraggio Sensazioni d’amore, di cui firma anche la sceneggiatura insieme a Marco Marsullo. Attualmente sta collaborando con Francesco Marco Albano per la realizzione del suo docufilm Noi ce la siamo cavata. Insieme ad altri artisti ha fondato la compagnia ed il teatro Nest.

Eri giovanissimo quando hai fatto le tue prime apparizioni cinematografiche in Ci hai rotto papà e Io speriamo che me la cavo. Cosa ha significato per te il primo set ad appena 8 anni? E ora che ne sono passati quasi 30, cosa pensi e cosa provi per quel piccolo attore?

«Lo ricordo con tantissimo affetto, quasi con una certa distanza, sono passati molto anni ed i ricordi sono lontani e quasi sembrano non appartenermi. Quel bambino lo ricordo con simpatia, affetto e tenerezza. Io speriamo che me la cavo per me è stata un’esperienza fortissima, non solo per quello che ha rappresentato in quel momento, anche perché ai tempi era per lo più un grande gioco di cui non mi rendevo conto fino in fondo; quell’esperienza è stata soprattutto decisiva per il risvolto che ha preso poi la mia vita. Io senza quel film, senza Lina Wertmüller, non sarei quello che sono oggi, anche perché da quel momento in poi non ho più smesso di recitare e di studiare per farlo e quella è diventata la mia vita. Da che io ho ricordi ho sempre recitato ed è diventato un atto tanto naturale ed insito in me quanto respirare e mangiare. Insomma, Io speriamo che me la cavo lo porterò sempre nel cuore.»

 

Proprio in virtù di quanto ci racconti, vuoi dirci qualcosa del tuo progetto Noi ce la siamo cavata?

 «È un progetto che che sto realizzando proprio per celebrare i 30 anni dal film e nasce dalla collaborazione con Giuseppe Marco Albano, insieme abbiano deciso di lanciarci nella realizzazione di questo docufilm che uscirà nel 2022. Noi ce la siamo cavata è proprio la celebrazione di un film che è stato un punto di riferimento per me, ma anche per un’intera generazione e in realtà anche per quelle future, che hanno avuto modo di vederlo anni dopo. Il protagonista sono io e vado alla ricerca di tutti quegli ex bambini, per chiedere loro come e cosa siano diventati in questi 30 anni e come l’esperienza che abbiamo condiviso abbia segnato le loro vite. Io speriamo che me la cavo è stata come dicevo, un’esperienza fortissima, che però si è congelata, è rimasta lì, legata al nostro passato e alla nostra infanzia, proprio per questo ripercorrerla insieme a chi l’ho vissuta è stata quasi un’operazione terapeutica per me. Ha smosso traumi, gioie e paure di quegli anni e poi mi ha permesso di rincontrare colleghi, alcuni dei quali davvero non vedevo da 30 anni. Rivivere certi momenti insieme è stato davvero emozionante.»

 

Quanto c’era e c’è in te di Spillo, il tuo personaggio in Amico mio?

«C’erano sicuramente dei punti di contatto tra me e Spillo. C’è da dire che quando si è molto piccoli, inevitabilmente, si mette nell’interpretazione molto di quello che si è, da bambini è un processo quasi naturale. La scaltrezza e la capacità di cavarsela nelle situazioni più complesse di sicuro mi appartengono e mi hanno sempre contraddistinto. Anche quell’improvvisa tenerezza e quella capacità empatica sono sempre state anche mie e credo lo siano tutt’ora.»

 

Hai esordito davanti alla cinepresa e solo più avanti hai debuttato in teatro. C’è una delle due realtà che sento ti rispecchi e ti permetta di raccontarti di più?

 «Io non riesco a fare una differenza così netta. Negli anni ho capito che, per quanto mi riguarda, questa differenziazione tra attori sia un falso mito, qualcosa tra l’altro di tipicamente italiano. Quasi ovunque all’estero un attore è un attore, senza che il contesto sia decisivo, perché utilizza gli stessi strumenti che ha a disposizione, magari semplicemente usandoli in modo diverso rispetto al luogo in cui si trova. In questo momento posso però dire che, dopo tanti anni in cui mi sono dedicato quasi esclusivamente al teatro, questi ultimi due anni in cui il cinema è tornato a predominare nella mia vita, mi hanno reso felice e mi rendo conto che probabilmente sentivo l’esigenza di tornare sul set. È stato per me un onore lavorare per registi come Mario Martone ed Edoardo De Angelis ed è per me molto importante continuare a portare su set cinematografici le grandi drammaturgie di Eduardo De Filippo, per me punto di riferimento indiscusso. Tra l’altro preannuncio l’uscita, a cavallo tra dicembre e l’anno nuovo, del terzo film della drammaturgia eduardiana in cui ci sarò anche io, dal titolo Sabato, domenica e lunedì, sempre per la regia di De Angelis e nel cast Sergio Castellitto.»

 

A proposito della trilogia realizzata attraverso la collaborazione di Edoardo De Angelis e Sergio Castellitto, il 22 Dicembre scorso è uscito Natale in casa Cupiello senza che ci si potesse riunire dal vivo per raccontarlo. Anche il cinema, come chiaramente il teatro, è più “triste” in tempi di pandemia?

«Sicuramente lo è, come tutta la vita. Per chi fa il nostro mestiere non avere la possibilità di riunirsi è sicuramente qualcosa di avvilente, quasi mortale. Il cinema è riuscito a sopperire in qualche modo attraverso le varie piattaforme, e se n’è quindi sentita meno la mancanza. Proprio qualche giorno fa sono tornato al cinema ed è stato emozionante rivedere una sala quantomeno mezza piena, vedere di nuovo una piccola comunità intenta a sorridere e riflettere è qualcosa di impagabile. Condividere e confrontarsi è sicuramente ciò che più ci è mancato in questo periodo. Il Teatro e il Cinema poi sono proprio questo: rispondono alla necessità che abbiamo di indagare su chi siamo e sul perché siamo qui, e di condividere ciò che di noi scopriamo.»

 

Come hanno influito sulla tua infanzia arte e fama?

«L’arte ha influito in modo quasi inconscio, in realtà già precedentemente alla mia prima esperienza; vengo da una famiglia profondamente legata all’arte e al teatro. Ho il ricordo di me piccolissimo addormentato sulle poltrone rosse del teatro dove recitavano i miei genitori, sia io che mia sorella siamo quindi cresciuti a pane e teatro. Nonostante ciò, su volere anche dei miei genitori, ho portato avanti gli studi per avere la possibilità di una vita alternativa. Sono cresciuto, anche grazie alla mia famiglia, con l’idea che la mia prima esperienza cinematografica fosse qualcosa con un inizio ed una fine. Quando poi, compiuti i 18 anni, è toccato a me scegliere, non sono riuscito ad immaginarmi una vita che non comprendesse il Teatro. Nel frattempo mi sono anche laureato in Scienze Umane alla Sapienza con il massimo dei voti, e nutro ancora oggi un certo orgoglio per questo, ma quando più volte mi è stato chiesto che lavoro avrei potuto fare se non l’attore, io non sono mai riuscito a visualizzare nessun’altra possibilità per me. Probabilmente è sempre stato questo il mio destino.»

 

A questo punto l’intervista sarebbe conclusa, ma c’è un’altra parte della carriera, ma anche della vita, di Adriano che non abbiamo raccontato e che a lui sta troppo a cuore per non essere messa su carta.

 «Un’altra bellissima cosa che mi è capitata nel corso della mia carriera è stata la fondazione della compagnia e del teatro Nest, che insieme a colleghi attori, ma ancora prima amici, abbiamo portato avanti dopo l’importante esperienza di Gomorra. Abbiamo cercato di concretizzare l’idea di un teatro che potesse avere un impatto sul nostro presente, perché questo è quello che abbiamo raccolto da Gomorra. Talvolta pare che il Teatro sia qualcosa di scollato rispetto alla nostra vita, invece, quello spettacolo in particolare, ha avuto un impatto sociale e civile fortissimo. Abbiamo preso una palestra abbandonata nella periferia napoletana, e l’abbiamo fatto diventare uno spazio culturale, un punto di riferimento in un luogo in cui vivere è complicato. Abbiamo portato avanti così una vera e propria militanza teatrale, ospitando anche grandi artisti. Lí teniamo anche un laboratorio permanente per i ragazzi del quartiere, e tentiamo così di portare bellezza dove altrimenti, probabilmente, non sarebbe arrivata. Questa esperienza ha sicuramente segnato la mia vita e la mia carriera. E proprio in questo luogo, grazie alla realizzazione dello spettacolo Il sindaco del Rione Sanità, tutta l’Italia e i maggiori direttori dei teatri italiani, si sono mossi per venire a Napoli, in un teatro di periferia. Per noi questa è stata una grande vittoria e speriamo di poter portare avanti anche questa importante attività.»

 L’intervista ora si conclude per davvero. Adriano è stato uno dei pochi intervistati ad anticipare le domande e a desiderarne altre oltre quelle previste. La generosità di un artista non si evince solo dal suo modo di stare in scena.